La sfida della pandemia al «gusto della vita»: Chiesa a convegno sulla salute

Fonte: Avvenire del 10/05/2021

Dall’11 al 13 maggio Milano ospita il XXII Convegno nazionale di Pastorale della salute sul tema «Gustare la vita, curare le relazioni», che dal 3 maggio ha visto succedersi numerose sessioni tematiche, tutte via Web. I tre giorni centrali del programma si svolgono invece non solo in modalità virtuale ma con sessioni in presenza con collegamento streaming per chi segue a distanza accedendo liberamente tramite il portale dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute, organizzatore dell’evento, ma anche sulla sua pagina Facebook e sul canale YouTube. Online (50 le ore di diretta previste) restano archiviate e accessibili anche in differita tutte le sessioni, sia specialistiche sia plenarie. Il programma integrale è su www.convegnosalute.it .

Comprensibile che, dopo 14 mesi di pandemia, la Chiesa italiana organizzi un’iniziativa pubblica nazionale sul tema della salute. Comprensibile ma non scontato, se consideriamo che i convegni di ampio respiro hanno ceduto il passo a un brulicare di webinar. Anche per questo merita attenzione lo sforzo di riproporre pressoché immutato il programma già predisposto per lo scorso anno ma aggiornato per evidenti motivi: 114 relatori e 18 sessioni, tra tematiche. Diocesi ospitante di questo Convegno, organizzato dallo staff dell’Ufficio Cei diretto da don Massimo Angelelli, è la stessa diocesi di Milano che già nel 2020 era pronta ad accoglierlo. Un anno dopo, appare profetica la scelta del luogo – l’avamposto della battaglia contro la pandemia – e il tema: cos’altro sta sfidando, il Covid? Ecco i primi contenuti dell’evento. (Francesco Ognibene)

Disabilità: «Fratelli preziosi, la fragilità ha futuro»
«Nel mondo della disabilità» è stato il titolo della prima sessione del convegno nazionale di Pastorale della salute, lunedì 3 maggio, articolata in due parti. «Il futuro della disabilità: come costruirlo» il tema proposto dalla Fondazione Sacra Famiglia onlus, che da 125 anni opera nella presa in carico di persone fragili e delle loro famiglie. Oggi ha quasi 2mila dipendenti e 23 centri (a partire dalla sede di Cesano Boscone) tra Lombardia, Piemonte e Liguria. «Abbiamo offerto un contributo di riflessione – osserva Monica Conti, psicologa e psicoterapeuta, responsabile dell’ufficio sviluppo organizzativo e ricerca sociale applicata della Fondazione –, focalizzandoci sulla fragilità, condizione che può attraversare la vita delle persone per svariate ragioni, comprendendo non solo i disabili ma anche i richiedenti asilo, per esempio». Al centro dell’attenzione il futuro: «Crediamo che questo aspetto sia attualissimo, perché dobbiamo anche pensare a uscire dal Covid. Per costruire il futuro dobbiamo agganciarci al passato, abbiamo segnalato come sono cambiati punti di vista e riflessioni, e anche i servizi, focalizzandoci sui bisogni. E raccontato come il Covid ha segnato la vita delle persone, i nostri fragili». La costruzione del futuro è «la sfida di poter passare dal rispondere ai bisogni al creare le opportunità per risvegliare i desideri, un passo di sviluppo in più».
La seconda parte, «La bellezza che cura: allenarsi alla prossimità», è stata curata dalla Fondazione Casa Cardinale Maffi onlus, realtà che comprende otto strutture tra le province di Pisa, Livorno, Massa-Carrara e La Spezia, con residenze per anziani, nuclei Alzheimer, residenze psichiatriche e un centro per persone in stato vegetativo: un totale di circa 480 assistiti e 500 operatori sanitari e socio-assistenziali. «La prossimità si manifesta – spiega don Antonio Cecconi, vicepresidente della Fondazione – nel coinvolgimento forte di tutti gli operatori verso quelli che noi chiamiamo non ospiti o pazienti, ma “fratelli preziosi”». Anche nelle attività si punta a comprendere e valorizzare le persone: «Laboratorio di ceramica, legatoria, vigna: dappertutto cerchiamo il co-protagonismo dei nostri “fratelli preziosi”. Ovviamente sviluppando una formazione non solo tecnico-pratica, ma anche valoriale di ispirazione cristiana». (Enrico Negrotti)

Dipendenze: risposte di «sistema» al disagio dei minori
Un buco nero, che ha inghiottito relazioni e punti di riferimento. Trascinando con sé tutto il resto: scuola, sport, tempo libero. In una parola, la normalità. Non è più solo una sensazione, quella che l’anno di pandemia abbia colpito soprattutto i i bambini e i ragazzi. Gli accessi nei Pronto soccorso pediatrici e nelle Neuropsichiatrie infantili sono lì a testimoniarlo con numeri drammatici: oltre il 30% in più di ricoveri e visite negli ultimi mesi, per lo più legati a tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, crisi d’ansia, disturbi alimentari. Stanno soffrendo, i nostri figli, e ora lo danno a vedere: con problemi di salute mentale che li devastano fisicamente. E con un ritorno preoccupante all’abuso di sostanze e alle dipendenze, che al disagio offrono una risposta tanto immediata quanto pericolosa: droghe, sì, ma anche psicofarmaci, miscugli fai-da-te, scommesse e azzardo, giornate intere passate davanti allo schermo di telefoni o videogiochi.
È un pianeta in allerta, quello dei servizi di cura e accoglienza dei piccoli in Italia che s’è riunito martedì attorno a uno dei tavoli (virtuali) del Convegno Cei di Pastorale della Salute, per la sessione dedicata proprio a «Minori: dipendenze e disagio psichico» e organizzata dalla Federazione italiana delle comunità terapeutiche. Servono risposte, e subito, all’emergenza relazionale ed educativa dentro cui gli adolescenti sono precipitati, e di cui il Covid – a dirla tutta – è stato solo un detonatore: «Da anni insistiamo sul fatto che il sistema dei servizi e delle comunità dovrebbe essere ripensato sulla base anche di questa nuova, delicatissima utenza – spiega il presidente Fict, Luciano Squillaci –, eppure restiamo inascoltati. In balia di una legge, il Testo unico sulla droga, di trent’anni fa». L’urgenza è ripensare radicalmente l’accompagnamento dei minori, a partire dalla consapevolezza di quali siano le nuove dipendenze (al tavolo le ha presentate, in maniera dettagliata, la direttrice del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità, Roberta Pacifici) e dalla necessità di investire sullo stesso sistema sanitario affinché si faccia carico meglio – e in ogni parte del Paese, non solo nelle Regioni più ricche – della salute mentale dei più piccoli (il Bambino Gesù, rappresentato dalla psicologa Maria Pontillo, ha offerto la sua esperienza). Più una sfida: coinvolgere sempre più le famiglie, in cui il disagio dei minori trova radici e matura. Servono reti di aiuto, che molte comunità (da Parma a Civitavecchia, da Pescara a Catanzaro) hanno già lanciato. Raccogliendo risultati. (Viviana Daloiso)

Salute mentale. «Povertà vitale», l’altra ferita del Covid
Un manifesto per la salute e il benessere mentale. È la proposta del panel sul disagio emozionale nel periodo pandemico al Convegno nazionale della Pastorale della Salute. Stando agli specialisti chiamati dal direttore don Massimo Angelelli, abbiamo preso coscienza – troppo, per la sovraesposizione mediatica dei vari esperti con messaggi contraddittori che hanno generato una “infodemia” – della pandemia sanitaria e sociale, ma nessuno ha calcolato gli effetti di questi 15 mesi di traumi dovute a chiusure, lutti, distanziamenti e licenziamenti su minori e adulti, su famiglie, anziani e sul personale curante. Un lato oscuro che l’Ufficio Cei ha definito «povertà vitale» e che, stando ai dati, si può quantificare in Italia in almeno 250mila malati psichici che si aggiungono agli 800 mila già presenti. Ciascuno degli intervenuti, docenti universitari di psichiatria o psicoterapeuti, ha formulato una proposta. Partendo da bambini e adolescenti, i grandi dimenticati secondo Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile del Bambino Gesù, che vanno messi al centro di nuovi modelli cooperativi tra famiglie, sistema scolastico e sistema sociale. Secondo Daniele La Barbera, direttore dell’unità di Psichiatria del Policlinico di Palermo, per contrastare gli effetti ancora sconosciuti del “long Covid” nell’età adulta, che ha provocato disturbi alla sfera cognitiva e problemi psicologici ai pazienti guariti, occorrono maggiori risorse. Ma il Recovery plan non ne prevede per la salute mentale. In famiglia secondo Luigi Janiri, direttore dell’unità di Psichiatria del Gemelli, bisogna ricostruire i rapporti con tre “r”: resilienza, ricostruzione e ripristino. L’insurrezione digitale, secondo Tonino Cantelmi, dopo la rivoluzione tecnologica del lavoro, della scuola e della vita sociale che stiamo vivendo, può essere un’occasione – come chiede la Fratelli tutti – per uscirne tutti insieme. E se, come ha confermato Maurizio Pompili, responsabile del Servizio per la prevenzione del suicidio, nel mondo i suicidi non sono aumentati, non bisogna abbassare la guardia e puntare sulla prevenzione. Infine Alberto Siracusano, direttore di Medicina dei sistemi di Tor Vergata, chiede non solo di aumentare le risorse ma anche di ripartire da formazione ed educazione. (Paolo Lambruschi)

Riabilitazione: una vita piena, «stile don Gnocchi»
«Il futuro della riabilitazione e dell’assistenza per pazienti cronici» è il titolo con cui la Fondazione Don Gnocchi ha presentato martedì la terza sessione tematica del convegno Cei «Gustare la vita, curare le relazioni». Per Fabio Giunco, direttore del Dipartimento Cronicità della Fondazione, «sono tre le parole chiave proposte nel titolo, futuro, riabilitazione e cronicità, integrate con quelle più ampie dell’iniziativa Cei, che ruotano intorno alla sensorialità e al gusto e alle relazioni».
La Don Gnocchi, nata al termine della II guerra mondiale su iniziativa del beato don Carlo per prendersi cura dei bambini rimasti senza una famiglia o segnati dalle conseguenze del conflitto, ogni anno gestisce più di 20mila ricoveri per bambini, adulti e anziani, grazie a 6mila utra dipendenti e collaboratori e a 1300 volontari. «È una cura globale della persona. Se un bambino ha perso un arto, avrà bisogno di una protesi, realizzata al meglio. Ma, per quanto ben fatta, non è mai il fine della cura. L’obiettivo che ci proponiamo è permettere al bambino di giocare, studiare, diventare adulto e conquistare la propria autonomia».
Gli interventi hanno esplorato i vari ambiti di cui si prende cura la Fondazione: la vecchiaia, i pazienti con malattie neurologiche, i bambini, le persone con gravi lesioni cerebrali acquisite e quelle con malattie cardiologiche e respiratorie, tutti affrontati con lo spirito che anima chi lavora nella Fondazione. «Cerchiamo di mettere al centro la persona con i suoi bisogni – spiega Giunco – e di condividere il progetto con le famiglie, divenute oggi soggetti primari delle cure e componenti privilegiati delle équipe».
Il concetto-guida rimane «Accanto alla vita sempre», anche in un mondo in cui la tecnica apre continuamente orizzonti nuovi. «Dobbiamo concepire la riabilitazione come un percorso di accompagnamento con l’essere umano a tutto tondo, non come trattamenti settoriali che spezzettano la vita dell’individuo concependolo solo in relazione alle malattie o ai problemi che esprime. È un incontro con la malattia della persona, ma anche con la persona e la sua vita». (Anna Sartea)

Autismo: tante energie in cerca di «rete»
«Autismo e relazioni: tracciare insieme percorsi di crescita della persona»: la sessione di ieri mattina nel Convegno dell’Ufficio nazionale ha portato all’attenzione esperienze, proposte e criticità emerse al Tavolo autismo attivo presso la Pastorale della Salute Cei. Stefano Vicari, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica e responsabile di Neurospichiatria al Bambino Gesù di Roma, ha riferito che «si stima che 500mila persone in Italia soffrano di disturbi dello spettro autistico, e con familiari e caregiver si arriva a due milioni di persone coinvolte. Nonostante la patologia sia inserita nei Livelli essenziali di assistenza, molti non riescono ad avere accesso ai servizi». I 14 enti con 52 sedi (in 15 regioni) del Tavolo Cei seguono oltre 28mila persone. L’ambito di lavoro ambulatoriale è stato illustrato da Flavio Cimorelli, neuropsichiatra della Fondazione Don Gnocchi a Pessano (Milano): «Importante è la diagnosi precoce perché permette un intervento mirato, e secondo percorsi riabilitativi differenziati secondo le fasce di età. Purtroppo il documento condiviso dalla Conferenza Stato-Regioni non è stato recepito da tutte le Regioni, con forti differenze normative ed economiche». Il gruppo sulla semi-residenzialità è stato introdotto dal neuropsichiatra Goffredo Scuccimarra, direttore sanitario della Fondazione Istituto Antoniano di Ercolano (Napoli): «Sono presenti 5 enti che coordinano 19 strutture in 7 regioni. Nelle nostre strutture sono presi in carico oltre 300 bambini e adolescenti, in collaborazione con le scuole». Una serie di video ha poi mostrato l’attività di molti altri centri presenti nel Tavolo. Di residenzialità ha parlato Alessandro Braccili, assistente analista del comportamento alla Fondazione Piccola Opera Charitas di Giulianova (Teramo), sottolineando la necessità di evitare l’autoreferenzialità. Pasqualina Pace, psicologa responsabile della struttura residenziale della Fondazione Marino di Reggio Calabria, ha mostrato le criticità nell’elaborare un progetto esistenziale per queste persone: «La certezza di una diagnosi non significa la certezza di un destino». Secondo Massimo Molteni, neuropsichiatra dell’associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (Lecco), «dobbiamo condividere la nostra ricchezza e sviluppare un raccordo tra ambito sanitario, sociale e scolastico. Linguaggio comune deve essere la classificazione internazionale del funzionamento (Icf), adottato dall’Oms». (Enrico Negrotti)

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