Fonte: Caput mundi del 27/04/2026
Roberto Milani intervista Tonino Cantelmi
Introduzione
Nell’epoca della trasformazione digitale, la medicina e la psicoterapia si trovano di fronte ad una delle sfide più radicali della loro storia: integrare l’innovazione tecnologica senza smarrire la componente umana della cura. In questo scenario complesso, in cui algoritmi, intelligenza artificiale e sistemi predittivi iniziano ad influenzare diagnosi, decisioni cliniche e relazioni terapeutiche, diventa fondamentale interrogarsi non solo su ciò che sia possibile fare, ma su ciò che sia giusto fare.
A guidarci in questa riflessione è Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, da anni impegnato nell’intersezione tra salute mentale, etica ed innovazione. Con un’esperienza che abbraccia la formazione accademica, la pratica clinica ed il contributo nei principali organismi istituzionali e bioetici italiani — tra cui il Comitato Nazionale per la Bioetica e l’Istituto Nazionale per la Salute delle Popolazioni Migranti — Cantelmi rappresenta una delle voci più autorevoli nel dibattito contemporaneo sulla medicina del futuro: assieme a lui esploriamo il delicato equilibrio tra tecnologia ed umanità, il ruolo della relazione terapeutica in un mondo sempre più digitale e le nuove responsabilità a cui sono chiamati medici, psicologi ed istituzioni.
Nel suo lavoro clinico ed istituzionale, quanto sta già incidendo l’intelligenza artificiale sulla pratica della salute mentale, e quali cambiamenti ritiene più significativi nel rapporto tra terapeuta e paziente?
L’intelligenza artificiale sta già avendo un impatto concreto sulla gestione della salute mentale. La relazione tra paziente e terapeuta non è più soltanto a due, ma spesso include anche la tecnologia. Un tempo le persone si rivolgevano a Google per avere suggerimenti; oggi si affidano a una intelligenza artificiale più sofisticata. Questo significa che la tecnologia è ormai entrata anche nella stanza clinica.
Il cambiamento più importante è che il terapeuta deve tenere conto dell’influenza che la tecnologia esercita sulla relazione con il paziente. Può orientare le domande che pone, le sue aspettative, le sue interpretazioni e perfino l’immagine che costruisce di sé.
Tuttavia, credo che l’intelligenza artificiale debba restare uno strumento di supporto e non sostituire la relazione terapeutica. La psicoterapia si fonda sulla presenza, sulla responsabilità, sulla continuità e sull’alleanza tra terapeuta e paziente. Sono dimensioni che un sistema automatizzato non può replicare. L’intelligenza artificiale può essere utile nella psicoeducazione, nel monitoraggio e nell’accompagnamento tra una visita e l’altra, può perfino supportare e integrare la seduta, ma non può occupare il centro della cura, che resta profondamente umano.
Come Istituto, abbiamo sviluppato l’app ITCI Compassion, pensata come supporto al percorso terapeutico, non come sua alternativa. Ritengo infatti fondamentale studiare strumenti appropriati, fondati su evidenze scientifiche e coerenti con il lavoro clinico che si sta svolgendo, e non il contrario. Deve essere la tecnologia a mettersi al servizio della terapia, non la terapia ad adattarsi alle logiche della tecnologia.
Il punto decisivo è che il terapeuta deve conoscere bene e padroneggiare lo strumento che propone al paziente, così da poterlo integrare in modo consapevole nel percorso di cura. Solo in questo modo un’app può diventare un supporto reale: aiutare tra una seduta e l’altra, favorire continuità e allenare alcune competenze. Altrimenti il paziente può costruire interpretazioni di sé, aspettative o convinzioni fuorvianti, che non corrispondono alla sua reale domanda di aiuto né alla necessità clinica del momento.
Da un punto di vista istituzionale, questo è ormai un tema fondamentale, che occupa una parte importante del dibattito e della riflessione etica e scientifica. Il Comitato Nazionale per la Bioetica ha ritenuto essenziale lavorare su questi temi, proprio perché l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella cura non è una semplice innovazione tecnica, ma una trasformazione profonda che tocca il consenso informato, la responsabilità clinica e la tutela della dimensione umana della medicina. Il fatto che sia stato dedicato a questo tema un parere specifico mostra bene quanto sia necessario governare questa transizione con grande attenzione.
