La psichiatria…

psichiatriaDopo la legge 180 si è detto che il modello italiano è stato imitato anche all’estero, e che Basaglia sarebbe stato l’ispiratore di rivoluzioni simili anche fuori dal nostro stato, in realtà una piena trasposizione del nostro sistema di salute mentale non è avvenuta in nessun paese, anzi il “caso Italia è eccezionale ed il manicomio continua ad essere un aspetto forte o quantomeno rilevante dell’assistenza psichiatrica di ogni paese civile […] nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo il manicomio continua a rimanere il centro dell’assistenza psichiatrica”1.
Questo per dire che l’enfasi che ha accompagnato l’uscita della legge ha spesso stravolto l’analisi di benefici e lacune del sistema sanitario psichiatrico italiano post ’78; e di tale mitizzazione esiste una ragione “genetica” ben precisa.
La psichiatria italiana è imbrigliata negli stereotipi ideologici dell’antipsichiatria e non riesce a procedere nonché ad aggiornare la riflessione, come se la legge Basaglia avesse segnato non solo un punto di partenza, ma un “punto e basta” indiscutibile.
Cantelmi inizia allora, negli anni di impegno politico-professionale, a mettere in discussione il tabù della 180 e il polverone mediatico che questo solleva è intuibile.

Una sensazione di sgomento attanaglia l’opinione pubblica negli ultimi anni1, a causa di gesti violenti ed omicidi compiuti da persone affette da problemi psichiatrici, e dunque in questa “società del rischio2”, dove sembra che insicurezza e disorientamento siano più diffusi di ieri, la legge cerca di rassicurare il cittadino penalizzando il medico curante la psiche e quindi nuovamente criminalizzando il suo operato.
Se non esistono i raptus e segnali di disagio erano già presenti in chi arriva a compiere gesti eclatanti, perché il medico non ha saputo intervenire?
Il giovane omicida che poi ha scontato la pena può tornare a commettere un crimine del genere?
Il potenziale suicida può essere anticipato?

Dal libro "La pietra della follia"
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