E’ lo sguardo che abbatte il “distanziamento sociale”

Fonte: Aleteia del 30/04/2020 

Lo psichiatra Tonino Cantelmi offre gli spunti per trovare i veri motivi di speranza dopo la pandemia.

In Italia, la fase 2 del lockdown comincia il 4 maggio con la progressiva riapertura delle diverse attività lavorative e spostamenti. Rimane comunque obbligatorio mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro dalle altre persone, indossare le mascherine di protezione, evitare assembramenti ecc., per non correre il rischio di essere contagiati dal Covid-19.

Il “coronavirus”  sta creando anche in chi non è stato infettato conseguenze psicologiche di vario grado, legate alle emozioni e alle paure che questa situazione estrema sta suscitando in ciascuno di noi.  E’ qualcosa di estremamente profondo e che ci porteremo a lungo.

Abbiamo interpellato Tonino Cantelmi, psichiatra e professore di Cyberpsicologia, presso l’Università Europea di Roma e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), per capire gli effetti di questo distanziamento sociale sulle persone.

Distanziamento “sociale” può essere sinonimo di distanziamento relazionale o anche affettivo?

Prof. Tonino Cantelmi: Se continuiamo a parlare di distanziamento “sociale” attiviamo inevitabilmente l’idea che si tratti di un distanziamento non solo fisico, ma, appunto, sociale. Il problema è  che la pandemia ci ha fatto fare un salto verso una sorta di individualismo tecnomediato. Nella realtà, distanziamento e diffidenza; nei social e nel digitale, vicinanza e socialità. Eppure se vogliamo cogliere l’anima dell’altro, non ci serve “toccarlo”, ma piuttosto guardarlo negli occhi. Lo sguardo è il vero contrasto al distanziamento “sociale”. Sarebbe meglio chiamarlo distanziamento di “sicurezza”. Forse, in molti casi, l’ultima immagine negli occhi delle vittime COVID-19 è quella dello sguardo di un infermiere o di un medico.

In questo periodo c’è un aumento importante di persone con fenomeni di depressione, ansia, veri e propri disturbi post traumatici di stress. Come intervenire, per ritrovare il giusto equilibrio, anche in questa fase?

Prof. Tonino Cantelmi: Molti studi condotti in varie nazioni in occasione della SARS e alcuni studi di febbraio/aprile 2020 svolti in Cina hanno dati sconfortanti: l’evento COVID-19 ha potenzialità traumatiche e psicolesive per la popolazione in generale e aumenta il rischio psicopatologico sia in acuto (durante l’epidemia), sia negli anni successivi (per la SARS abbiamo dati che confermano la potenzialità traumatica a 3 anni di distanza).

La risposta a questo è la terapia, quella informale, fatta da relazioni buone, amicizie, sostegno in famiglia, coping spirituale [coping è un termine tecnico traducibile come “strategia di adattamento”], sostegno fra pari e aiuto di insegnanti o altre figure di riferimento: in altri termini, l’infinita rete di solidarietà relazionale e quella formale, fornita da operatori della salute mentale. A questo proposito voglio sottolineare l’estrema generosità degli psicologi italiani, che hanno offerto e ancora offrono sostegno in videochiamata gratuito alla popolazione italiana. Questo ha fatto sì che il Ministero della Salute abbia potuto attivare un servizio ad hoc (il numero verde di supporto psicologico 800833833), ma sono innumerevoli le iniziative di solidarietà attivate (per quanto ci riguarda è possibile visionarle sulla home di www.itci.it)

Ci sono delle categorie maggiormente esposte a squilibri psicologici  da lockdown?

Prof. Tonino Cantelmi: Abbiamo presentato uno studio (anche questo reperibile sulla home di www.itci.it), che segnala tre categorie di persone particolarmente a rischio: gli operatori sanitari in prima linea (dati sconfortanti ci dicono che uno su due presenta sintomi ascrivibili a quadri depressivi in acuzie di evento), i sopravvissuti alle terapie intensive e i parenti delle vittime decedute con modalità così traumatiche (separazione totale e assenza di riti funebri). Per questi gruppi di persone i dati disponibili già nelle precedenti epidemie sono allarmanti e significative.

Come sopperire al supporto terapeutico degli amici, della famiglia…per chi si trova da solo? Come dare speranza a chi non ne ha?

Prof. Tonino Cantelmi: Molti osservatori sottolineano l’incremento della loneliness in generale: cioè una maggiore sensazione di “solitudine percepita”. La loneliness è un fattore significativo di rischio per la salute mentale e riguarda la popolazione in generale, non solo chi è solo concretamente. Queste riflessioni ci inducono a pensare che la vera ripartenza è nella ricostruzione della relazione interpersonale. Dopo le macerie sanitari e quelle economiche, ci accorgeremo che ci sono le macerie emotive. Ma oltre le cure, e dopo la sbornia tecnologica, in realtà sarà necessario ripartire dalla ricostruzione delle relazioni interpersonali.

Ci può indicare degli stratagemmi di “sopravvivenza”, per affrontare serenamente la “ripresa delle attività”, anche se tra mille paure?

Prof. Tonino Cantelmi: Il principale fattore è la speranza. Non ho mai condiviso la retorica dello “andrà tutto bene”. Stucchevole, E’ andato male, malissimo. Basterebbe il dato delle vittime. La speranza non è ottimismo. La speranza è la convinzione che comunque vada, tutto ha un senso. Occorre dare parole di senso e non stucchevoli slogan.

Quanto la fede, in momenti di depressione, può aiutare a sentirci uniti e amati?

Prof. Tonino Cantelmi: Innumerevoli studi evidenziano che il coping spirituale è uno dei coping più funzionali nelle avversità, nelle malattie e nelle situazioni catastrofiche. E infatti prodotti digitali a contenuto spirituale hanno spopolato: dalla messa del Papa (seguita da milioni di persone), ai file audio e video che hanno inondato chat, siti e app. In rete abbiamo assistito a 2 fenomeni solo apparentemente contrapposti: l’incremento di prodotti digitali a valenza spirituale e l’altrettanto straordinario incremento di chat erotiche e di contenuti digitali sessuali. In ogni caso c’è la ricerca di un contrasto alla morte.

Viktor Frankl invitava a trasformare il dolore in “elevazione”. Come possiamo trasformare la sofferenza in un elemento di crescita?

Prof. Tonino Cantelmi: Anche qui vorrei dire che ho trovato stucchevole la retorica del “ne usciremo fuori migliorati”. No, ha un prezzo troppo alto. Trasformare il dolore in elevazione significa dare risposte agli eventi dolorosi dense di significato e senso. E questo richiede percorsi, impegno e voglia di capire. Per alcuni sarà così.

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