Dietro il caos esistenziale dei figli, l’assenza del padre…

Scrive papa Francesco nell’Esortazione Amoris laetitia: “Si dice che la nostra società è una società senza padri. Nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, distorta, sbiadita. Persino la virilità sembrerebbe messa in discussione. Si è verificata una comprensibile confusione, perché «in un primo momento, la cosa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-padrone, dal padre come rappresentante della legge che si impone dall’esterno, dal padre come censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani. Talvolta in alcune case regnava in passato l’autoritarismo, in certi casi addirittura la sopraffazione». Tuttavia, «come spesso avviene, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su sé stessi e sul proprio lavoro e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali, da dimenticare anche la famiglia. E lasciano soli i piccoli e i giovani». La presenza paterna, e pertanto la sua autorità, risulta intaccata anche dal tempo sempre maggiore che si dedica ai mezzi di comunicazione e alla tecnologia dello svago. Inoltre oggi l’autorità è vista con sospetto e gli adulti sono duramente messi in discussione. Loro stessi abbandonano le certezze e perciò non offrono ai figli orientamenti sicuri e ben fondati. Non è sano che si scambino i ruoli tra genitori e figli: ciò danneggia l’adeguato processo di maturazione che i bambini hanno bisogno di compiere e nega loro un amore capace di orientarli e che li aiuti a maturare” (n. 176).

Gli adulti in generale e l’autorità paterna in particolare, sono messi in discussione, sottolinea papa Francesco. Anzi direi di più: assistiamo ad un incremento della crudeltà da parte dei ragazzi contro gli adulti. Cosa scatta nel cervello di un ragazzino quando precipita giù dalla scogliera un anziano, così, tanto per provare che effetto fa, sovvertendo il principio di rispetto per chi ha percorso gran parte della vita? O meglio, cosa non scatta? E la stessa domanda potremmo farla pensando ai vandali minorenni, che nella già provata città di Taranto devastano ripetutamente il luogo dove dovrebbero crescere come futuri cittadini, la scuola, così, senza alcun senso, sfregiando e sfidando, tanto da costringere il Presidente della Repubblica a sanare la ferita con la sua visita ai luoghi profanati. E cosa scattò (o non scattò) nella sciagurata vicenda di Pontelangorino, minuscola frazione, dove tutti si conoscono e dove tutti sono stati puntualmente sorpresi dal comportamento dei due sedicenni che hanno ucciso a colpi di ascia (a colpi di ascia nel sonno!!) i genitori di uno dei due, sfregiando senza pietà uno dei comandamenti più belli, “onora tuo padre e tua madre” perché sarai felice, espressione della gratitudine per la vita e patto fecondo tra le generazioni perché la vita stessa abbia futuro? Come è possibile premeditare un piano così efferato senza provare una morsa al cuore, senza potersi dire “ma che sto pensando”? Come è possibile uccidere così crudelmente e poi giocare tranquillamente alla play station, come se loro stessi fossero intrappolati in un surreale videogioco dell’orrore? E cosa scatta, o meglio non scatta, nel cervello di adolescenti che umiliano e bullizzano i loro insegnanti, che dovrebbero rappresentare la cura degli adulti verso la crescita dei ragazzi? E le stesse domande potremmo ripeterle per gli incredibili e dolorosi episodi di cyberbullismo, troppi, dove vittime designate, ragazzini e più spesso ragazzine, vengono umiliate sui social in modo crudele e senza pietà, da cyberbulli sprezzanti (e dall’indifferenza o dal silenzio colpevole di tanti coetanei responsabili di un cybermutismo inquietante e spettrale).

Cosa impedisce ai ragazzi di oggi di percepire le conseguenze reali del loro agire, di cogliere il dolore inflitto all’altro, di non superare almeno i limiti irreversibili, quelli della vita e della morte? No, non pensate ai videogiochi ed al loro carico di aggressività, all’infantilismo dei genitori (troppo adultescenti e sbiaditi per occuparsi delle vite dei piccoli), al collasso dell’educazione (professori in fuga, genitori sotto scacco, adulti vigliacchi), alla desertificazione delle famiglie (dove il velocissimo bofonchiare qualche monosillabo è la massima espressione del dialogo), alla spinta al narcisismo e all’onnipotenza, alla negazione del limite come stile di vita. No, non pensiamo a tutto questo. O almeno non solo. E neanche ci basta la pur sottile spiegazione di Massimo Recalcati, che reclama il recupero del “senso di colpa” (già, proprio di quel senso di colpa, tanto vituperato e poi seppellito negli ultimi decenni con esasperato accanimento dall’esaltazione narcisistica, dall’autogiustificazione, dall’indulgenza estrema con sé stessi, dall’autoassoluzione senza se e senza ma  e dalla deresponsabilizzazione dei comportamenti), perchè senza il senso di colpa non c’è “legge” che possa iscriversi nel cuore dell’uomo, non c’è argine all’oltraggio e non c’è contenimento all’attitudine predatoria nei rapporti umani. Ancora non basta. Perché per spiegare tanta crudeltà dobbiamo pensare ad un processo più radicale, che porta alla inesorabile accelerazione di una perdita dell’umano, una sorta di de-umanizzazione sociale (e social), dove le vittime, anziani o genitori o coetanei, sono spogliati dell’umano e oggettificati. Siamo più crudeli, perché i processi di de-umanizzazione sono più prepotenti, più pervasivi e più persistenti. E forse in questo il trionfo della tecnologia gioca un ruolo non proprio innocente. E sullo sfondo emerge la necessità di un padre, che con amore e coraggio sappia portare ordine, senso, significato e limiti nel caos esistenziale dei nostri figli.

Fonte: Puntofamiglia.net

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