Generazioni a confronto: padre e figlio dicono la loro su “Squid Game”

Fonte: Romasette del 19/10/2021

Centinaia di persone che hanno problemi finanziari accettano uno strano invito a una competizione con una varietà di gioco per bambini. Un grosso premio in denaro li attende ma la posta in gioco è mortale. È “Squid Game” (il gioco del calamaro), la serie tv sudcoreana di Hwang Dong-hyuk, distribuita in tutto il mondo da Netflix dal 17 settembre 2021 e balzata rapidamente al primo posto delle classifiche in 94 Paesi, tanto da diventare la serie Netflix più vista di sempre. 9 episodi, in cui un gruppo di disperati viene ingaggiato in un gioco mortale per la sopravvivenza, incentrato sui giochi pensati per i bambini. Ma qui chi perde viene ucciso.

Il commento del padre: Tonino Cantelmi, 59 anni psichiatra
Ottima fotografia, ritmo serrato nel susseguirsi delle puntate, trama avvincente e personaggi coinvolgenti: queste sono le caratteristiche di “Squid Game” che ne fanno sicuramente un buonissimo prodotto da un punto di vista cinematografico. Ma al netto di tutti questi aspetti artistici, mi chiedo perché una vicenda così crudele possa piacere a 120 milioni di persone al mondo soprattutto giovani e giovanissimi tanto da essere, in pochissimo tempo, la serie più vista di sempre. Estrapolata dal contesto artistico la storia che racconta il survival game è di una crudeltà estrema e propone una narrazione cinica della vita. 456 persone debbono competere in modo bizzarro nel tentativo di vincere un montepremi colossale partecipando a giochi pensati per bambini, dall’esito però tragico: chi perde viene ucciso.  Il meccanismo della serie fa capire perfettamente che le persone accettano di avere 455 possibilità su 456 di morire per assoluta disperazione, poiché vengono da contesti miserabili.
Perché tutto questo può piacere? A mio parere può piacere solo perché si tratta di una esasperazione grottesca della realtà ma agganciata ad una profonda verità: il mondo è sempre più competitivo, chi perde è fuori. I nostri adolescenti e i nostri giovani lo sanno benissimo: chi è perdente, chi è disadattato, chi è lento, chi è riflessivo, chi non è smart è immediatamente fuori dai social, dai gruppi, dai contesti aggregativi. Il mondo è sempre più competitivo ed è sempre più sganciato da ogni valutazione morale: la vita può valere così poco da essere messa in gioco con una probabilità praticamente vicina allo zero di vincere. Ma da dove nasce tutto questo? Dalla noia. L’organizzatore del gioco afferma che tutto questo è stato creato per puro divertimento, per lo svago dei più ricchi. Quindi, tutto questo cinismo solo e unicamente per colmare un profondo senso di vuoto e noia. Sarà per questo che giovani e giovanissimi si sono appassionati e lo emulano così tanto? Tuttavia anche in questa serie c’è un lampo di umanità. Non voglio spoilerare troppo il finale ma il vincitore, in fondo, è la persona più umana, mentre i perdenti sono tutti profondamente disumanizzati. Nel finale siamo fiduciosi perché c’è il riscatto dell’umano… ma che qualcuno si prenda la briga di spiegarlo anche ai più giovani.

Il commento del figlio: Samuele Cantelmi, 24 anni, laureando in giurisprudenza
Squid Game è una serie sudcoreana scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. “Il gioco del calamaro” ha fatto il giro del mondo in appena un mese ed è entrato nelle case di milioni di telespettatori tenendoci con il fiato sospeso. Parliamo della serie televisiva più vista di sempre al lancio: 111 milioni di spettatori in appena 28 giorni, è al primo posto su Netflix in 94 Paesi del mondo. Numeri impressionanti che fanno riflettere e che ci fanno chiedere: perché? La risposta non è, come spesso accade, unica e univoca. Ci sono una serie di fattori che funzionano eccezionalmente bene. Partiamo dalla trama: un gruppo di persone indebitate fino al collo in una fredda società capitalistica che partecipano volontariamente a dei giochi per bambini, dove non si vince un lecca-lecca ma un enorme premio in denaro e chi perde, invece, muore.
Egregia la scrittura del personaggio principale, Gi-hun, un uomo distrutto dalla vita e che, allo stesso tempo, si distrugge la vita da solo ingannando e mentendo ai suoi cari e a se stesso ma che nel corso dei giochi dimostra una grande umanità e una delicata sensibilità. Funziona perfettamente anche la gestione della tensione e della curiosità dello spettatore che è portato a dire: ma io in quella situazione cosa farei? Davvero resterei umano o cederei ai miei istinti? Chiunque l’ha vista si è immedesimato per un attimo nei personaggi. Interessante anche la descrizione della società: una società spietata che non ammette errori, una società fatta di aspettative che l’individuo deve soddisfare, una società che si regge sul dio denaro che ci fa danzare spesso come burattini e che ci può far calpestare in un attimo tutte le nostre convinzioni e i nostri sentimenti; tuttavia, anche la serie ci mostra banalmente come il denaro non compri la nostra felicità. La storia non è un unicum nel panorama televisivo e letterario, basti pensare a Old Boy o ad Hunger Games e storicamente ricorda il Colosseo. Nel complesso la serie è una macchina ben oliata, che procede a ritmo incalzante, offre emozioni intense e qualche interessante spunto di riflessione tenendoci incollati alla storia. Un, due, tre… stella!

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