LA TEORIA DELLA TECNOLIQUIDITÀ: una review critica

di Michela Arnò Psicologa Clinica, esperta in dipendenze comportamentali e da sostanza

DEFINIZIONE
La tecnoliquidità è un termine coniato da Tonino Cantelmi, medico psichiatra, psicoterapeuta, scrittore, allievo di Vittorio Guidano e fondatore della scuola di psicoterapia ad indirizzo cognitivo-interpersonale di Roma (1), per definire gli effetti dell’ interazione della società liquida (6), come teorizzata da Bauman, con la diffusione della rivoluzione digitale (22). Questa interdipendenza si declina in tre elementi fondamentali: la velocità, il narcisismo e l’ambiguità, che caratterizzano le nuove modalità cognitive, relazionali e di costruzione dell’identità dell’homo tecno-digitalicus (4,22) immerso nell’era digitale (4,2,3,22).

ORIGINE

La società liquida è un concetto elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, secondo il quale le trasformazioni sociopolitiche del nuovo millennio, fortemente volute in nome di una pseudo libertà assolutista e totalitaria, hanno destinato l’esistenza umana ad una condizione di incertezza, instabilità, e indefinitezza senza precedenti, in cui il cambiamento incessante è l’unica certezza: privata di tutti i suoi solidi cardini di riferimento, la società è ormai “allo stato liquido” (4,6,5,7). L’estremizzazione della libertà individuale e della globalizzazione hanno portato via qualsiasi punto di riferimento concreto nei valori e nel senso di moralità del cittadino (4), che si sente smarrito, non rappresentato, sempre più lontano dall’apparato sociopolitico che dovrebbe essere garante della libertà del singolo e allo stesso tempo della sua parziale coercizione in nome della salvaguardia del bene comune (6,5,7). Tra i principali sconvolgimenti della post modernità, Bauman riconosce infatti lo spoglio degli stati nazionali della loro autorità in favore di un’entità sovranazionale che è geograficamente e psicologicamente molto lontana dalle necessità concrete del singolo individuo (6,5). Viene meno quindi il senso di appartenenza, quel senso di essere membri di una comunità dove si è responsabili delle proprie azioni proprio nel momento in cui ci si autodetermina come individui agenti; ed è così che, con la totale scomparsa di valori solidi e durevoli, il cittadino cerca di orientarsi facendo del suo interesse personale la sua unica ragione di vita (6,5,7). L’accumulo di beni non è più in funzione del possesso, bensì in funzione del consumo immediato, il quale è finalizzato all’effimero soddisfacimento della pulsione del momento fino al ripresentarsi di una nuova pulsione e all’approvvigionamento del prossimo oggetto usa e getta (6,5,7,4).
Il paradigma della tecnoliquidità di Cantelmi è una teoria che ipotizza come i cambiamenti psicologici e l’insorgenza dei nuovi disturbi psicopatologici (e non) dell’uomo moderno possano essere correlati all’incontro della società liquida con i profondi mutamenti nello stile di vita apportati dalle nuove tecnologie digitali, mezzi di informazione e social media (4,3,22). Poiché la mente umana “costruisce” se stessa attraverso l’interazione con l’ ambiente, le trasformazioni che la tecnologia ha operato sull’ ambiente esterno non possono che avere delle conseguenze sulla sua formazione (8,10,6,7,11). In conseguenza di ciò, Cantelmi ritiene che il fenomeno della tecnoliquidità da lui concepito esprima il cambiamento antropologico del modello della mente umana nell’epoca della post modernità (3,4,17,22). Alcuni anni dopo, i fondamenti di questa teoria sono stati alla base di un nuovo filone di ricerca di numerosi studiosi, tra cui la neuroscienziata inglese Susan Greenfield (8,10), esperta ricercatrice delle modificazioni plastiche del cervello come risultato del suo adattamento all’ambiente.

LE BASI TEORICHE

Nello specifico, Cantelmi individua importanti cambiamenti nella sfera emotiva, cognitiva e relazionale degli individui, oltre che ad una diffusa instabilità del senso di identità riscontrabile nelle generazioni che hanno vissuto nel pieno dell’ era digitale (che egli distingue tra “immigrati digitali” e “mobile born”, a seconda che si tratti di individui entrati nell’era digitale durante il corso della loro vita, oppure di individui nati quando l’era digitale era già presente)  (2,3,4). L’impatto della diffusione della rete internet e dei moderni strumenti di comunicazione digitale hanno prodotto una profonda  mutazione antropologica in pressoché tutti gli aspetti della vita dell’uomo (3,4). A questo proposito, la tecnoliquidità riprende la definizione di “società liquida” di Bauman  (4,5,6,7,17) per descrivere la libertà senza limiti rappresentata dalla costante accessibilità ad un infinito fiume di informazioni di qualsiasi genere, giorno e notte, grazie all’avvento di internet (2,3,4). L’incessante flusso di informazioni è in continuo aggiornamento, ogni notizia viene smentita o dimenticata un attimo dopo,  in un fluido incessante “divenire” di una realtà che mai si riposa e che sembra condannare l’individuo alla continua ricerca di informazioni per non rimanere indietro con il mondo che “accade” alla velocità di un battito (2,3,4): ed ecco allora il nascere di una nuova patologia compulsiva definita dipendenza dalla ricerca di informazioni (9). Il sovraccarico cognitivo che ne consegue impedisce alla mente umana di ritenere ed elaborare tutte le informazioni acquisite, così che si perde in queste ogni valenza costruttiva necessaria alla  formazione della personalità dell’individuo (2,3,4,17), alla scelta dei suoi valori, al suo processo di identificazione e autodeterminazione che si esplica nella scelta consapevole dell’essere un’entità separata dall’altro da Sé ai fini del perseguimento di un <<Io>> coeso e continuativo che racchiude un numero di esperienze, conoscenze e rappresentazioni coerenti con la propria unicità e con il proprio sistema di valori (3,4). Manca il tempo per riflettere, per partecipare emotivamente e cognitivamente all’informazione, per attribuirle un significato personale e immagazzinarla nel proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze a lungo termine (2,3,4,17). Gli studi neuroscientifici volti ad indagare la formazione della coscienza descrivono il Sé come un processo di connessioni neuronali che si attivano collegando tra loro ricordi, esperienze, emozioni, conoscenze: la coscienza umana è pertanto “plastica” e variabile, si accresce con l’aumentare delle connessioni del cervello durante tutto l’arco della vita (16,8,10). Si potrebbe quindi affermare che la mente umana è il risultato di un insieme di ricordi impliciti ed espliciti che orienta il modo unico e coerente con cui ciascun individuo fa esperienza della realtà. L’uso diffuso e pervasivo dei dispositivi digitali portatili e sempre accesi li hanno resi un prolungamento della mente umana: fungono da unità di memoria ausiliarie, così che l’individuo non ha più bisogno di ricordare niente, basta salvarlo da qualche parte dove egli saprà ritrovarlo al bisogno (2,4). In questa modalità <<tecnomediata>> di confrontarsi con l’esperienza, la mente umana si riorganizza secondo un nuovo adattamento che avrà necessariamente come conseguenza una serie di modificazioni strutturali riscontrabili nella forma del pensiero. Grandi pensatori come Umberto Eco (2014) hanno messo in guardia dalle conseguenze sulla mente umana di questo nuovo stile di vita altamente tecnologico (11) e si sono dimostrati altamente critici verso la diffusione della tecnologia digitale come principale mezzo di comunicazione di massa (24).
Ma l’inesauribilità delle informazioni  corrisponde anche all’inesauribilità delle relazioni possibili, quelle che si possono allacciare in rete con chi non si è mai incontrato di persona, che possono diventare tanto intime e intense quanto immediate nella loro cancellazione sempre a portata di un (4,22): esordisce allora la nuova patologia della dipendenza ciber-relazionale (6), in cui le relazioni virtuali assorbono la mente del soggetto fino a fargli trascurare quelle reali, che diventano sempre più sbiadite sullo sfondo e che non sono più in grado di far provare quelle emozioni forti come invece riescono a fare quelle in rete (4,22).
La teoria della tecnoliquidità analizza le conseguenze di questa rivoluzione digitale che è sì “democratica”, poiché da una parte ha aperto le porte della conoscenza e dell’informazione a qualsiasi individuo sulla terra, indipendentemente dalla sua estrazione sociale o livello culturale (12), ma dall’altra ha aperto la voragine di un malessere esistenziale in cui ci troviamo tutti collettivamente immersi, o meglio, “connessi” ( 4,22,2). Il senso di vuoto latente che sembra essere trasversale a tutte le nuove patologie da dipendenza comportamentale (4,22,17), sarebbe generato dall’interazione di molteplici fattori antropologici e pulsionali caratteristici dell’essere umano, che si sono incontrati con gli attributi della tecnologia moderna (2,13,4,17) la quale li ha resi possibili e li ha amplificati; in particolare l’ edonismo, il narcisismo, il desiderio di provare sempre nuove ed eclatanti sensazioni (sensation seeking) (4,22) le pulsioni sessuali, sono stati esacerbati dalle infinite possibilità offerte dalla rete (2,3,4), come verrà meglio spiegato di seguito.

IMPATTO DELLA TECNOLIQUIDITÀ SULLE FUNZIONI COGNITIVE
La teoria della tecnoliquidità ha anticipato quello che sarà il filone di studi che si interessa dei cambiamenti strutturali e funzionali della mente umana conseguenti alla pervasività della tecnologia digitale (17,4.22,8). Alcuni studi di neuroimaging hanno dimostrato come assidui giocatori di video games abbiano un volume di materia grigia dello striato ventrale maggiore dei non giocatori (14): questo comporterebbe una maggiore attivazione del sistema dopaminergico nei giocatori assidui di video games, proprio come avviene nei giocatori d’azzardo patologici e nei dipendenti da sostanza (14); i soggetti assidui giocatori hanno dimostrato inoltre uno tempo di risposta ai quesiti decisionali tra due o più opzioni molto minore dei soggetti non giocatori. La neuroscienziata Greenfield fa più volte riferimento alla tendenza all’iperfocalizzazione sugli stimoli esterni contingenti a scapito dell’introspezione e della riflessione interiore come effetto della prolungata interazione con la tecnologia digitale (“the sensory trumphs the cognitive”) (8,16). Numerosi studi scientifici ulteriori hanno inoltre ormai ampiamente dimostrato come la prolungata esposizione ai media digitali sia responsabile di importanti disturbi da deficit dell’attenzione e dell’iperattività nei bambini e nei giovani adulti, di difficoltà nell’apprendimento, in particolare nella scrittura e nella lettura, di disregolazione degli impulsi, specie nel controllo dell’aggressività e dell’ansia (15,16,8).
Per quanto concerne l’impatto della tecnologia sulle capacità cognitive, la teoria di Cantelmi osserva come da un modello di apprendimento lineare, in cui le informazioni fruiscono e vengono incamerate dal soggetto in ordine cronologico e in connessione causale, si sia passati a un modello di apprendimento “in parallelo”, dove le informazioni non sono più contestualizzate in uno spazio temporale e causale, ma vengono assorbite come tutte contemporanee e disconnesse (4,2); questo a causa del sovraccarico di informazioni che si offrono al soggetto contemporaneamente, e quindi necessariamente senza alcuna sequenza spazio-temporale (2,4): questa la fondamentale differenza tra l’elaborazione delle informazioni da parte di un immigrato digitale dalle modalità di acquisizione di informazioni della generazione dei nativi digitali (2,4). Mentre i primi hanno bisogno di un tempo maggiore per apprendere, elaborare ed incamerare le informazioni all’interno di un reticolato (o “modulo (12)”) spazio-temporale, i nativi digitali sono abituati a rispondere in maniera immediata alla molteplicità di stimoli sensoriali espressi dai dispositivi digitali, senza tuttavia avere il tempo di ritenerle all’interno della memoria a breve termine per un lasso di tempo sufficientemente lungo da poterle rendere significative abbastanza da far costruire al cervello una nuova connessione sinaptica (2,4,8,10,16). Cantelmi spiega come i nativi digitali dimostrino una minore capacità di attenzione sostenuta rispetto agli immigrati digitali: questi ultimi hanno allenato la mente a filtrare un minor numero di informazioni dall’ambiente esterno, trasformandole  attraverso un processo di astrazione simbolica in conoscenze acquisite, così da renderle riutilizzabili in altri contesti e andando ad accrescere le capacità critiche del soggetto (2,4). La recente letteratura scientifica riporta che la finestra attentiva dell’individuo medio è calata nell’ultimo decennio dai dodici agli otto secondi, un secondo in meno rispetto ai pesci rossi (17,18). Secondo gli studiosi, la progressiva diminuzione di nuove connessioni sinaptiche è una conseguenza dell’eccessivo delegare delle attività cognitive agli strumenti digitali; l’intelligenza umana si costruisce e si sviluppa con l’aumentare del numero di nuove connessioni sinaptiche, a loro volta derivanti dal numero e dalla qualità di esperienze emotive e cognitive con l’ambiente esterno. Lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer (2012) parla di “demenza digitale” riferendosi al restringimento del volume dell’ ippocampo osservato nei pazienti dipendenti patologici da internet, osservabile nel decadimento delle loro funzioni cognitive e nell’ appiattimento emotivo (12). Una delle principali funzioni cognitive che costituiscono l’intelligenza umana è appunto, la memoria. La memoria è il risultato di attenzione, capacità di concentrazione, capacità di elaborazione dell’informazione finalizzata al suo immagazzinamento e recupero. La Greenfield (2009) paragona il decadimento cognitivo degli abusatori di internet alla patologia dell’ Alzheimer e della Schizofrenia (13), in cui la moltitudine di informazioni sensoriali immagazzinate rimangono disconnesse e prive di significato. Nella teoria della tecnoliquidità, Cantelmi sottolinea come le profonde modificazioni nell’ambiente esterno apportate dalla pervasività delle tecnologie multimediali non possa che avere importanti conseguenze nelle modalità di interazione dell’ individuo con l’ambiente, e conseguentemente nello sviluppo delle sue capacità cognitive (“nuovo modello della mente”4). L’iperfocalizzazione sugli stimoli esterni prodotta dalla velocità con cui i media forniscono una grande quantità di stimoli e informazioni comporta inoltre uno spostamento della funzionalità primaria del cervello umano dalla sfera cognitiva a quella sensoriale. Questo è molto evidente nei giovani che trascorrono numerose ore giocando ai videogiochi: lo span attentivo è fortemente diminuito rispetto alla media di riferimento, malgrado la responsività agli stimoli sensoriali di tipo visivo-motorio siano fortemente potenziati (22,15,4). Lo stesso concetto verrà sostenuto dalla Greenfield (2013): secondo la neuroscienziata l’aumento delle capacità di velocità di risposta che si osserva nei riflessi dei gamers assidui non è indice di aumentato quoziente intellettivo ma, al contrario, di decadimento cognitivo rispetto alla capacità di mettere in relazione diverse connessioni neuronali e costruire deduzioni logiche e di significato (22,15,4). Secondo Cantelmi, ciò costituisce un importante cambiamento antropologico nella struttura mentale dell’essere umano “tecnodigitalicus” (2,4,22): egli riconosce in questa difficoltà di simbolizzazione e di astrazione anche la progressiva perdita nelle nuove generazioni della capacità di raccontare e “raccontarsi”, una modalità di interiorizzazione della realtà in cui vi si attribuisce significato, si ordinano gli eventi in connessione logico-temporale, si costruiscono valori coerenti e di lungo respiro, si orienta la propria esistenza (2,4,22). Cantelmi trae queste conclusioni dalle osservazioni cliniche su molti suoi pazienti in psicoterapia, e definisce compito di quest’ultima, come strumento di cura, quello di reinsegnare al paziente questa capacità, persa nel fluttuante oceano tecnoliquido (4,23,17).

IMPATTO DELLA TECNOLIQUIDITÀ SULLA COSTRUZIONE DEL SENSO DI IDENTITÀ

Nell’universo tecnoliquido, l’esistenza del singolo è sempre più legata alla sua presenza in rete, alla continua condivisione di attimi della sua vita (potremmo quasi dire “condivido, dunque sono”) nell’iperuranio di uno spazio virtuale onnipresente, seppure invisibile (2,3,4). Internet e i social media rappresentano oggi un potentissimo mezzo per mettere in mostra se stessi, per appagare il proprio bisogno di essere ammirati, di essere al centro dell’attenzione degli altri, eredità di quel narcisismo primordiale così intrinseco nella natura dell’uomo (19). Non ci sono limiti alle diverse immagini che si possono mostrare di sé in rete, alle infinite possibilità di costruirsi identità diverse, di cambiare opinione, gusti e modi di pensare, per meglio adattarsi ai continui cambiamenti del “pubblico della rete”, perché l’apparire ammirati agli occhi degli altri ha conquistato il primato sulla preservazione della propria reale identità (20). Cantelmi ritiene che le esigenze della nuova “società tecnoliquida” abbiano reso liquida anche l’identità dell’ individuo, su più livelli. Nuove esigenze di vita lavorativa delle famiglie espongono i noenati prima e i bambini poi all’intercambiarsi di diverse figure di accudimento nell’arco della loro giornata (2,3,4). Secondo l’ Autore, venendo meno il concetto di continuità educativa e di figura di riferimento primaria come era la madre fino ad un ventennio fa, le modalità di apprendimento di un proprio personale stile relazionale ed il conseguente processo di individuazione che hanno inizio da bambini hanno subito importanti cambiamenti (2,3,4). Oltre a ciò, Cantelmi osserva come la società moderna privilegi molto di più negli individui la flessibilità rispetto allo sviluppo di una personalità solida e strutturata: questo perché il soggetto deve potersi “reinventare” e riadattare numerose volte a diversi ruoli lavorativi, o a diversi partner di vita, dato il moltiplicarsi delle opportunità che la tecnologia ha reso possibile (2,3,4). A livello più prettamente esistenziale invece, la tecnologia ha abbattuto le barriere spazio-temporali, ha accellerato le transazioni, richiesto che le decisioni venissero prese alla velocità di un bit, rassicurandoci comunque tutti sul fatto che si può sempre tornare indietro, che niente è definitivo e tutto può essere ridisfatto e rifatto in maniera completamente diversa. Così come nel lavoro, nelle relazioni, nella scelta dei partner di vita, nella scelta degli studi, nella scelta dei gruppi di amici di cui far parte e con cui condividere idee e opinioni (2,3,4). Se da una parte ciò ha enormemente esteso le possibilità e la libertà di scelta individuali, l’eccessiva facilità e velocità di cambiamento abbia condotto anche all’indefinitezza dell’identità. Le infinite possibilità della rete, incontrandosi con il narcisismo e l’edonismo sempre più esasperati nella cultura della facilità del consumo, hanno fatto sì che l’individuo non voglia più fare delle scelte definitive che gli precludano altre opzioni, volendo rimanere sempre aperto a tutte le possibilità che potrebbero ancora presentarsi (4). Ogni decisione, ogni impegno preso, è considerato come una grave limitazione della propria libertà (4). Il prezzo da pagare è però il senso di precarietà pervasivo che genera ansia, un forte senso di angoscia verso un futuro sempre più incerto, privo di punti di riferimento stabili con cui l’essere umano possa orientarsi (4,22). Il processo di affermazione della propria autonomia e quindi della propria identità si raggiunge attraverso la capacità di prendere decisioni a lungo termine sulla propria vita, e nel riuscire a tollerare le inevitabili frustrazioni che queste scelte implicheranno lungo il cammino della propria esistenza (4). L’incontro della tecnologia con la società liquida ha permesso di allontanare la paura di dover provare questa frustrazione, promettendo all’individuo un numero infinito di possibilità tra cui non dover mai scegliere definitivamente (4). La tecnoliquidità spiega come sia proprio questa incapacità di impegnarsi e di scegliere a precludere il processo di individuazione, dal cui fallimento prendono forma le nuove psicopatologie della post modernità (2,4,22). La rinuncia alle scelte definitive caratteristica della società liquida fa sì quindi che anche l’identità rimanga “liquida”  (4) , dove ciò che può sembrare la massima esaltazione della libertà del singolo è in realtà la rinuncia alla vera libertà di poter affermare se stessi come esseri coerenti, unici, che rimangono uguali a se stessi nonostante i cambiamenti (21,4) : la rinuncia alla costruzione di una propria identità continuativa frustra uno dei bisogni primari dell’indole umana (4).
La teoria della tecnoliquidità spiega inoltre come le conseguenze della crisi identitaria della postmodernità si ripercuotano necessariamente anche nel ruolo genitoriale (4,22). Come “immigrati digitali” (4,22), i genitori hanno trovato nella tecnologia digitale e nella società liquida  gli strumenti di rivalsa per le mancate esperienze di cui si sono sentiti privati nell’adolescenza4 (4). Nella ricerca di quella libertà perduta e di quella spensieratezza, in cui il narcisismo prevale sull’impegno dell’ ”esserci per l’altro”, i genitori rinunciano al ruolo di punto di riferimento fermo ed autorevole per i loro figli 4 per poter rimanere in uno stato di prolungata adolescenza.

L’IMPATTO DELLA TECNOLIQUIDITÀ SULLA SFERA RELAZIONALE

Il paradigma della tecnoliquidità analizza le profonde trasformazioni nella qualità delle relazioni interpersonali in conseguenza degli effetti della tecnologia sulla società liquida (4,22).
La facilità con cui si fanno nuovi incontri nel web ha moltiplicato in maniera esponenziale il numero di persone con cui è possibile interagire in tempo reale a qualsiasi ora del giorno e della notte; le relazioni nella società liquida sono “tecnomediate” (2,3,4,22), ovvero esperite per mezzo di strumenti tecnologici: le comunicazioni sono incentrate sulla concretezza e sulla brevità dei contenuti, i post e le foto condivise sui social sono finalizzati a gratificare il proprio narcisismo, mettendosi in mostra nella vetrina del mondo virtuale. Le amicizie reali occupano uno spazio sempre più ristretto nella vita dell’ individuo, essendo ormai gradualmente soppiantate dalle “connessioni” (4,22); queste ultime sono relazioni interpersonali in cui non è più necessaria la prossimità fisica, molto spesso all’insegna della teatralità e della superficialità delle conoscenze. (4,22,17,2,3). Alla radice della grande forza gravitazionale esercitata dalle relazioni virtuali, Cantelmi identifica diversi fattori psicologici su cui ha fatto leva l’incontro tra le caratteristiche della tecnologia del nuovo millennio con le peculiarità della società liquida (4,22). Il senso di incertezza, di precarietà e di incessante cambiamento che Bauman ha brillantemente sommarizzato nell’aggettivo “liquida” attribuendolo alla società post moderna (5,4,7), si riflettono nella stessa fluidità con cui l’individuo si muove nelle relazioni, entrando e uscendo da molteplici rapporti sempre meno vincolanti (4,23,17,2,3): Cantelmi definisce questa attitudine diffusa come una “dilatazione del periodo dell’adolescenza”(4) , che riflette il desiderio insito nell’essere umano di non precludersi nessuna possibilità, di non impegnarsi in situazioni che comporterebbero la rinuncia alla prossima occasione di provare piacere e quindi al ridimensionamento del proprio edonismo (4). Secondo la teoria della tecnoliquidità, la tecnologia del mondo virtuale ha reso possibile infinite possibilità di intrattenere sempre nuove relazioni, costruendosi identità ogni volta diverse per agganciare nuovi partner (4,22,17). Paradossalmente, l’inseguimento di molteplici relazioni è proprio ciò che fa sentire l’individuo maggiormente solo, perché la nuova forma di <<condivisione>> offerta dalla tecnologia virtuale aliena l’individuo dalle esperienze emotivamente realmente significative di condivisione e di vicinanza con l’altro (4,22). Allo stesso tempo, le caratteristiche di facile accessibilità ed immediatezza amplificano l’intensità delle emozioni positive prodotte dall’appagamento narcisistico che si attua nel momento in cui l’altro viene investito dalle proprie proiezioni idealizzate, le quali non possono essere smentite dalla realtà: tale processo è infatti alla base delle relazioni puramente virtuali. Conseguentemente all’appagamento del bisogno narcisistico, le relazioni virtuali stimolano determinati circuiti del piacere del cervello per cui rischiano di causare dipendenza nei soggetti particolarmente vulnerabili per cause costituzionali o situazionali (18,2,3,22) .
Cantelmi non ritiene che la precarietà delle relazioni sentimentali dell’epoca contemporanea sia diretta conseguenza della tecnologia, sebbene quest’ultima abbia certamente accellerato e facilitato l’espressione di un malessere legato all’esaltazione del narcisismo, dell’immagine e della ricerca di emozioni alla base della società “liquida” moderna (4,22,2,3).


1 Autorizzazione con decreto MIUR del 02/08/2008, http://www.cognitivo-interpersonale.it/
2 Cantelmi T., Talli M., D’andrea A., Del Miglio C. (2000). La mente in internet, Piccin Editore, Padova.
3 Cantelmi, T., Talli, M., Toro, M.B., Avatar, Dislocazioni mentali, personalità tecno-mediate, derive autistiche e condotte fuori controllo, Edizioni Magi, 2011
4 Cantelmi, T., Tecnoliquidità, edizioni San Paolo, 2013
5 Bauman, Z., Modernità liquida, Laterza 2012
6 https://www.quotidiano.net/magazine/zygmunt-bauman-societa-liquida-1.2806516
7 Eco, U., Pape Satàn Aleppe, cronache di una società liquida, editore La nave di Teseo, 2016 (postumo)
8 Greenfield, S., Mind change: How digital technologies are leaving their mark on our brains, Random House, Aug 21, 2014
9 Young, K., Pistner, M., O’Mara, J., Buchanan, J., Cyber-Disorders: The Mental Health Concern for the New Millennium; CyberPsychology & Behavior, 3(5), 475-479, 2000
10 Greenfield, S. A.,.Collins, T.F.T., A neuroscientific approach to consciousness, Elsevier, Volume 150, 2005, Pages 11-23, 586-587, available online 25 September 2005
11 Eco, U., Caro nipote, studia a memoria, l’ Espresso, 03 gennaio 2014 http://espresso.repubblica.it/visioni/2014/01/03/news/umberto-eco-caro-nipote-studia-a-memoria-1.147715
12 Nicoletti, G., Eco, I social network e le legioni di imbecilli, difendere la verità è un lavoro che costa fatica, la Stampa, 11/06/2015; http://www.lastampa.it/2015/06/11/societa/eco-e-le-frasi-sui-social-network-difendere-la-verit-un-lavoro-che-costa-fatica-ItOPgusq9qRJMFv7cIjIRK/pagina.html
13 Cantelmi, T., introduzione al Convegno “La Frontiera viva: l’eredità di Vittorio Guidano”, iniziativa promossa da UOC Distretto Salute Mentale 19 ASL Roma E, Roma 10/10/2014
14 S Kühn, A Romanowski, C Schilling, R Lorenz, C Mörsen, N Seiferth, T Banaschewski, A Barbot, GJ Barker, C Büchel, PJ Conrod, JW Dalley, H Flor, H Garavan, B Ittermann, K Mann, J-L Martinot, T Paus, M Rietschel,
MN Smolka, A Ströhle, B Walaszek, G Schumann, A Heinz, J Gallinat and The IMAGEN Consortium, The neural basis of video gaming, Transl Psychiatry (2011) e53, doi:10.1038/tp.2011.53, 2011 Macmillan Publishers Limited, http://www.nature.com/tp
15 Spitzer, M., Digitale Demenz, Dromer, 2012
16 Greenfield, S., ID: The Quest for Identity in the 21st Century, Sceptre, 2009
17 Alter, A., Irresistible: The Rise Of Addictive Technology And The Business Of Keeping Us Hooked, Penguin, 2017
18 Gazzaley, A., Rosen, L.D., The Distracted Mind: Ancient Brains in a High-Tech World, MIT, September 2016; Winner, 2017 PROSE Awards, Biomedicine and Neuroscience category
19 ibidem
20 ibidem
21 Ladame, F., Gli eterni adolescenti, Salani, Milano
22 Cantelmi, T., Tecnoliquidità, Modelli per la mente 2013; V(1-3):7-14
24 Eco, U., conferenza stampa al conferimento della laurea honoris causa in “Comunicazione e Culture dei Media” http://www.lastampa.it/2015/06/10/cultura/eco-con-i-parola-a-legioni-di-imbecilli-XJrvezBN4XOoyo0h98EfiJ/pagina.html

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