Tecnofobia ed Homo Digitalicus

Scritto da Daniela Scimeca

La dipendenza dalla connessione per l’uomo moderno è una delle maggiori debolezze.
Viviamo una quotidianità frenetica immersi nelle app degli smartphone e nei social che rappresentano una parte virtuale di noi irrinunciabile. Tonino Cantelmi parte da questo presupposto per costruire la sua teoria sulla tecnoliquidità. Il nuovo termine trae spunto dalla definizione di società liquida di Bauman fatta da individui fluidi, mutanti, privi di riferimenti e stabilità, pronti a trasformarsi come camaleonti, ad adattarsi a situazioni sempre nuove. A questa fluidità si aggiunge la rivoluzione digitale in atto e la tecnologizzazione delle esperienze. Dalla fusione di questi due presupposti nasce il saggio Tecnoliquidità, che teorizza un nuovo paradigma antropologico, un passaggio evolutivo che comporterà nel prossimo futuro una riorganizzazione delle strutture neuro-cognitive e un nuovo concetto di identità umana.
Già ora le nuove generazioni mostrano di sviluppare competenze funzionali alla tecnologia e un approccio multitasking al sapere molto lontano dalle precedenti. Ma tale fluidità è rischiosa perché elimina ogni punto di riferimento e l’io si orienta solo partendo dal proprio ego. È l’impero della relatività: non esiste un modo per orientarsi, né una bussola che indichi la direzione nei momenti di smarrimento.
Il prof. Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, è stato il primo in Italia a studiare il fenomeno e l’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana. La sua teoria mostra i tratti più sconcertanti della nostra realtà, inoltre si rivela molto utile soprattutto per genitori, insegnanti e formatori, perché li informa dei rischi e delle problematiche connesse all’eccesso di tecnologia. La speranza è possibile, a patto di essere consapevoli della rivoluzione antropologica, e di avere il coraggio di fare scelte controcorrente per salvare le nuove generazioni dalla tecnodipendenza.

1.     Nella società digitale l’uomo sta acquisendo nuove competenze di cui forse non è ancora del tutto consapevole. Non c’è il pericolo che l’esternalizzazione di processi mentali – anche banali – possa portare ad una involuzione mentale? È come se l’evoluzione tecnologica sia inversamente proporzionale a quella intellettuale. Intendo dire se non usiamo più la mente per i calcoli, per la capacità di memoria e collegamento delle conoscenze, non c’è il rischio di un abbrutimento e di un impoverirsi costante?

Cantelmi: Difficile valutare le conseguenze di un cambiamento mentre è in corso.
Certamente il sistema cervello-mente sta cambiando. In meglio? In peggio? Lascio a voi il giudizio e faccio due esempi. Il primo: stiamo crescendo una generazione di ragazzi abituati a rappresentare se stessi nei vari social, incrementando un narcisismo digitale condito dalla abile ed immediata rappresentazione dell’esperienza vissuta. Questa rappresentazione a volte avviene mentre si vive. Cosicché l’esperienza non è più elaborata interiormente, ma subito condivisa e commentata da altri. Risultato? Un mix di narcisismo, esternalizzazione, condivisione e immediatezza trasformano il vissuto reale in un nuovo vissuto, con gravi ricadute identitarie. Questa novità esperienziale modifica il concetto di autenticità.
Un secondo esempio: l’esperienza on line, sempre più pervasiva grazie alle precoci e persistenti immersioni dei bimbi nei videogames, spostano l’apprendimento su aspetti percettivi, a discapito di aspetti più simbolici della costruzione del pensiero. Ecco che si affaccia una generazione di giovanissimi molto abili sul piano visuo-spaziale, multitasking e velocissimi nel problem solving, ma forse meno capaci di sviluppare profondità e processi simbolici del pensiero. Insomma cambiamenti colossali del sistema cervello-mente stanno avvenendo sotto i nostri occhi.

2.     Lei conia il termine adultescente per definire gli adulti moderni incapaci di assumersi delle responsabilità, di narrarsi e di essere un modello per i propri figli, ma a suo parere siamo tutti adultescenti o possiamo ancora contare su una piccola rappresentanza di adulti maturi e consapevoli?

Cantelmi: La carica degli adultescenti è formidabile: quarantenni, cinquantenni e oltre, eterni adolescenti mentali in corpi ormai adulti. Gli adultescenti sono genitori affettuosi, ma incapaci di trasmettere ai figli codici valoriali, narrazioni di senso e di significato, contenimento emotivo e validazioni esperienziali, immersi come sono in nuovi amori, in continue crisi identitarie, in ricerche di emozioni forti e di esperienze al limite, a volte in concorrenza con i propri stessi figli. Narcisismo, elefantiasi del proprio io, soddisfazioni dei propri bisogni, tanta socializzazione virtuale e temi adolescenziali in adulti irrisolti: ecco gli adultescenti all’epoca di Tinder e Instagram. No, non sono la maggior parte delle persone. Rumorosi, ma ancora minoritari.

3.     Lei si dilunga molto sull’importanza del ruolo genitoriale e soprattutto sulla qualità della relazione genitore-figlio. Essere genitori è un ruolo sempre più difficile e forse, per potere essere figure di riferimento valide, occorre andare controcorrente e fare scelte opposte agli altri genitori. Queste scelte – più difficoltose – possono salvare i nostri figli?

Cantelmi: Il vero problema è l’assenza e l’insignificanza dei genitori nella vita dei loro figli. Già ad 11 anni, la maggior parte dei ragazzini piuttosto che chiedere ad un adulto, chiede a Google. Gli adulti? Inattendibili, petulanti, noiosi oppure disinteressati. Il vero problema è il recupero dell’autorità: chi è autorevole oggi nella vita di un adolescente? Google. Le social community. Wikipedia. C’è da dire che noi adulti, genitori ed educatori in genere, facciamo di tutto per essere deludenti per i nostri figli. Credo che sia necessario dar vita a scuole per genitori e ad una sorta di mutuo aiuto tra famiglie. Insomma abbiamo bisogno di ridare smalto ad adulti troppo evanescenti.

4.     A proposito delle scelte controcorrente dei genitori, altra potente arma è la formazione. Un genitore consapevole legge, si informa, riflette continuamente e maieuticamente sul proprio ruolo, riconosce i propri errori e cerca di migliorarsi. Forse sarebbe necessaria una maggiore consapevolezza, dovremmo forse ricercarla andando indietro, ai nostri genitori, ai nostri nonni, perché come sosteneva Eco, non è detto che andare avanti sia sempre una conquista, a volte andare indietro è l’arma vincente. Lei che ne pensa?

Cantelmi: Il punto fondamentale è assumersi la responsabilità di qualcuno, della sua vita: essere-per. Ma questo è oggi molto complesso. Ribalterei la domanda: c’è qualcuno che ha ancora voglia di essere-per, cioè di donarsi gratis per qualcun altro? Il trionfo del narcisismo e l’elefantiasi dei bisogni da soddisfare come modalità di essere propria dei cittadini della postmodernità tecnoliquida sembra impedire a molti l’accesso all’essere-per, che così si trasforma nell’essere-per-me-e-solo-per-me.

5.     Alla fine del saggio, partendo da uno scenario sconfortante, si apre un barlume di speranza grazie ad alcuni antidoti: la ricostruzione di percorsi narrativi d’identità, l’educazione al bello e l’accoglienza dell’altro. Eppure lei cita anche la religione e la Chiesa come istituzioni in grado di aggregare, creare relazioni autentiche e rispondere al bisogno di senso. Le chiedo: quanto può essere utile anche una riappropriazione di regole morali ed etiche perse nel tempo?

Cantelmi: Piuttosto parlerei della spiritualità, come modalità di riscoperta di un dentro-di-me capace di aprirsi all’incontro con l’altro. Nonostante l’iperconnessione, la socializzazione virtuale e il moltiplicarsi delle infinite tecnorelazioni, il dolore dell’usura esistenziale sarà tale da spingere l’abitante del mondo tecnoliquido alla ricerca di nuovi orizzonti. In questo processo la spiritualità sarà davvero fondamentale.

6.    Qual è il suo parere sul ruolo della formazione scolastica, fondamentale nella crescita delle nuove generazioni? Saranno in grado la scuola e il corpo docente di accogliere la sfida educativa che li aspetta?

Cantelmi: I docenti secondo me sono pervasi da due spinte opposte: alcuni sono troppo affascinati dalla tecnologia e credono che assecondare il processo tecnologico sia l’arma vincente, altri sono troppo tecnofobi e chiusi. Cosicché abbiamo docenti iperconnessi che chattano con i loro allievi credendo di essere smart e docenti ancora biro-dipendenti. La questione non è in questi termini, ma riguarda la capacità di governare il processo di cambiamento in atto: né assecondarlo, né ostacolarlo.
Mi chiedo: i docenti hanno capito che cosa sta accadendo?

Gli spunti di riflessione sono davvero tanti e il finale è aperto alle conclusioni di ognuno.
Uno dei concetti più condivisibili è che esistono due generazioni: una più giovane figlia delle tecnologie, e una precedente, che ha visto ed osserva il cambiamento da un paradigma antropologico all’altro. L’auspicio è che proprio quella più matura, avendo consapevolezza di quanto sta accadendo, possa accompagnare i nativi digitali a un utilizzo tecnologico più funzionale all’evoluzione che non trascuri spiritualità, identità, trascorsi, né l’importanza di narrarsi.

Fonte: Kultural.eu

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