Come la tecnologia ci ha cambiato la vita!

di Ida Giangrande

Gli ultimi fatti di cronaca evidenziano una crescita del fattore crudeltà soprattutto tra gli adolescenti. Si parla di baby gang, di risse, di omicidi. Dott. Cantelmi è davvero così innocente la tecnologia? Che cosa scatta nella mente di questi ragazzi tanto da indurli a commettere violenze e sopraffazioni ai danni di persone inermi, spesso incapaci di difendersi?

La sua domanda mi fa pensare al caso di Pontelangorino. Un paio di adolescenti uccidono con l’ascia i genitori di uno dei due mentre questi stanno dormendo. Una cosa non certo facile, di una violenza mostruosa. Dopo aver commesso il delitto, senza farsi alcuna domanda, i due si mettono a giocare a un videogiochi dove si uccide e si uccide anche con l’ascia. Sarebbe più corretto chiederci che cosa non scatta nella testa di questi ragazzi per indurli a violentare il comandamento più bello che è scritto nel cuore dell’uomo: “Onora tuo padre e tua madre […] perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra” (Cfr Ef 6,1-3).
Come questo ci sono tanti altri casi e indubbiamente la tecnologia non è del tutto innocente. Niente tecnofobie, nessuno di noi vuole demonizzare la tecnologia. Nessuno vuole rinunciarci, ma bisogna porsi delle domande su come il sistema cervello-mente riceve gli stimoli che provengono dall’uso sempre più diffuso dei sistemi digitali. Siamo alle soglie di una mutazione antropologica dell’uomo. Non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca, come dice papa Francesco. Direi che la tecnologia sta cambiando il nostro modo di vivere e di pensare la vita.

In che senso? Come fa la tecnologia e generare un tale cambiamento?

Quando la tecnologia irrompe nella vita di una persona la cambia in modo radicale. Costruisce un mondo da abitare. Alcuni studi testimoniano che già il cervello dei nostri bambini è diverso dal nostro. Un esempio è il calo dell’attenzione o della capacità di concentrarsi. Noi, generazione analogica, ci sforziamo di tenere concentrata l’attenzione su un punto in particolare quando leggiamo una rivista ad esempio o quando ascoltiamo il relatore nell’ambito di un convegno. Possiamo lasciarci distrarre da altri stimoli, ma in linea di massima poi torniamo lì, su un punto ben preciso. La generazione dei nativi digitali, come i nostri figli, ha bisogno di molti stimoli contemporaneamente, perché la navigazione sul web non è lineare. Il modo di conoscere in rete è circolare e casuale. Questo influenza anche la capacità di concentrazione che impatterà in maniera circolare e casuale in base agli stimoli che riceve. Gli adolescenti ad esempio sono multitasking, mentre studiano aggiornano i social e fanno anche altro.
L’altro cambiamento è l’immaginazione. Per noi, generazione analogica, giocare vuol dire inventare, immaginare, dare un ruolo ad ogni strumento ludico. I nativi digitali non hanno bisogno di inventare. Hanno già tutto. Pensiamo ai videogiochi, nei quali non devi immaginare nulla. Tutto è perfettamente ricreato. Ci sono nativi digitali che addirittura asseriscono che una bambola è inquietante. Ti guarda con gli occhi fissi, senza anima. Per giocare con una bambola in effetti sei tu a dover immaginare qualcosa. Sei tu a doverle attribuire un ruolo in un gioco prodotto dalla tua immaginazione. In un videogioco, invece, l’ambiente ludico è perfettamente creato. Non c’è nulla da immaginare. È già tutto pronto per l’uso.

Questo finisce con l’appiattire la capacità di immaginazione?

E non solo, ha anche degli effetti sul linguaggio. Per noi la parola “condividere” rimanda un’idea di condivisione di un momento o di una cosa. Per un nativo digitale “condividere” rimanda la condivisione social di un post o di una foto. Per un analogico, “Virgilio” è ancora un poeta. Per un digitale “Virgilio” è un motore di ricerca.

Prima ha parlato di un vera e propria mutazione antropologica dell’uomo…

Le mutazioni prodotte dalla tecnologia avvengono anche sul piano cognitivo, su quello emotivo affettivo e socio relazionale. Ho alcuni pazienti che hanno interrotto relazioni sentimentali usando i messaggi. Ogni cosa che viviamo in positivo o in negativo passa attraverso la vetrina dei social. Ogni cosa si definisce in base al numero di like che ottiene e così la tecnologia ci aiuta a rappresentare le emozioni senza necessariamente viverle. Questo determina un cambiamento su tutto l’assetto. Oggi ogni tipo di relazione è tecnomediata.
Se voglio conoscere qualcuno, prima ancora di stringergli la mano, vado a visitare il suo profilo Facebook o Instagram. Non ho più la capacità di gestire l’intimità. Ho bisogno di una tecnomediazione nelle relazioni. Questo, secondo me, è quella che potremmo definire l’erosione dell’umano. Se non abbiamo più la capacità di capirci è perché non riusciamo più a leggerci. Per leggerci dobbiamo saper stare l’uno di fronte all’altro. Per vivere e comprendere le emozioni che traspaiono dagli occhi, dalle lacrime, dal sorriso delle persone, dobbiamo poterle avvertire attraverso i nostri sensi.

Rappresentare le emozioni e rappresentare se stessi sono due aspetti del narcisismo digitale e della web reputation?

Esattamente! Ognuno è valutato in base ad una web reputation. I social sono un nuovo modo di stare insieme, ma anche un modo per presentarsi alla comunità. Essi rappresentano un cambiamento colossale. Se chiediamo ai ragazzi cosa serve per avere successo, ci risponderanno che è sufficiente essere popolari e per essere popolari bisogna rappresentarsi bene sui social. I nostri figli lo stanno imparando bene. Il narcisismo digitale sta creando un nuovo modo di presentarsi. È facile fare bullismo in rete, proprio perché un insulto sui social è molto pesante. Non avere popolarità significa non esserci.

La realtà virtuale non è più virtuale quindi, ma prepotentemente reale?

I nostri ragazzi elaborano le esperienze sui social prima ancora di elaborarle interiormente. Qualsiasi cosa si vive viene immediatamente postata ed elaborata attraverso i commenti e i like degli altri. Quando parlo di altri, parlo di altri ragazzi, non di adulti. Oggi gli adolescenti influenzano altri adolescenti.

Una specie di inversione di rotta? Prima erano gli adulti il modello di riferimento per i ragazzi.

In un’indagine sulla dieta mediatica dei nostri figli, una cosa che mi ha colpito è il crollo dell’attendibilità dell’adulto verso gli undici, dodici anni. A questa età sono già smartphonizzati. Il loro nuovo riferimento sono comunità tecnobasate e autoreferenziate che non hanno più gli adulti come modello di riferimento, ma altri ragazzi dodicenni, tredicenni. In questo senso la tecnologia si presenta come l’inversione del sapere.
Anche l’informazione subisce l’influenza dei più giovani. La notizia non viene più costruita dai giornalisti, ma dai ragazzi che ci raccontano la realtà attraverso i video e le immagini fatte in tempo reale e postate.
Un miliardo e seicentomila persone abitano il continente Facebook che nacque da un ragazzino ubriaco, disadattato, lasciato dalla ragazza e incapace di inserirsi in un college narcisistico. Questo ragazzo non ha fatto altro che inventare un nuovo modo di fare amicizia, che è diventato virale. Oggi, tutti o quasi abbiamo un profilo Facebook. Tutto questo però ci ha fatto perdere la ricchezza dell’incontro autentico, umano, personale.

Che cos’è l’incontro autentico?

Il nostro cervello è fatto per incontrare e per capire l’altro. Il mondo del web ne avverte la necessità. L’incontro autentico è fatto di due cose fondamentali, in primo luogo la capacità di cambiare la vita dell’altro attraverso l’esperienza diretta dell’altro. In secondo luogo l’incontro autentico si basa sulla tenerezza. Nell’Amoris laetitia papa Francesco dice che la tenerezza è: “Attenzione squisita ai limiti dell’altro, specialmente quando emergono in maniera evidente” (n. 323). L’incontro autentico, quindi, non solo è capace di cambiare la vita dell’altro, è capace di cambiare anche i propri limiti.

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