Articolo di Paolo Assirelli – Fonte: ilfattodigitale.it
Contenuti
Il paradigma tecnocratico e la frammentazione dell’umano
La smaterializzazione dell’identità e la colpa distribuita.
L’ecologia integrale come paradigma di ricomposizione.
L’incarnazione come misura dell’umano.
Davanti al modello di umanità che l’attuale rivoluzione digitale sembra stia plasmando sorge spontanea la domanda su quale sia la sua reale sostenibilità nel lungo periodo.
Alla luce di tale interrogativo, il concetto stesso di sostenibilità – normalmente connesso alle questioni ecologica e climatica – necessita dell’analisi di un’altra fondamentale dimensione: quella antropologica e spirituale.
L’onnipresente paradigma tecnocratico promette l’alba di un’umanità potenziata e ormai liberata dai “vincoli” del corpo, ma – ad oggi – è parallelamente visibile l’emergere di una frammentazione dell’identità, di uno svuotamento di valore delle relazioni autentiche. Una possibile soluzione a tale tensione sembra essere offerta da una rilettura dell’antropologia dell’Incarnazione attraverso il paradigma dell’ecologia integrale: una strada ontologicamente coerente per tutelare l’integrità umana dalla deriva tecnocratica disumanizzante.
Il paradigma tecnocratico e la frammentazione dell’umano
La Quarta Rivoluzione Industriale ha trasformato il complesso degli artefatti tecnici a nostra disposizione da meri strumenti ad una sorta di nuovo “ambiente” in cui abitare; un’estensione tecnologica della mente che sta progressivamente condizionando non solo il modo in cui viviamo, ma addittura il modo in cui pensiamo, proviamo emozioni e ci relazioniamo con gli altri.
Questo nuovo ecosistema sta dando luogo ad una sorta di mutazione antropologica (Lo psichiatra Tonino Cantelmi ha teorizzato la nascita de l’homo tecnodigitalicus): l’esistenza umana è sempre più definita dalla connessione invece che dalla relazione, dalla sua presenza in rete (Luciano Floridi da anni ha coniato il termine onlife) invece che dal suo essere incarnata nel mondo.
L’iperconnessione digitale promette la possibilità di una vicinanza totale, continua, ma al contrario, sembra aver dato vita ad un paradosso; ad una crisi profonda delle relazioni interpersonali.
La relazione autentica è stata progressivamente sostituita dalla connessione (Zygmunt Bauman, nelle sue opere, ha evidenziato il rischio della relazione come forma di legame liquido, provvisorio, ambiguo e narcisistico); cioè da una relazione mediata dalla tecnologia senza garanzie di durata, che esalta l’emotività e favorisce espressioni narcisistiche di sé, così eludendo la fatica dell’impegno, della responsabilità che caratterizzano l’incontro autentico con l’altro.
L’insostenibilità di questo modello è già visibile quotidianamente nelle sue ricadute psicopatologiche e sociali: ansia, depressione, disturbi del sonno e dipendenza, si manifestano con sintomi fisio-psicologici che incidono consistentemente sul benessere umano (Si pensi ad es., alla nomofobia; la paura di rimanere disconnessi dal proprio smartphone, o alla Sindrome da sovra-connessione che limita le interazioni faccia a faccia promuovendo l’isolamento; o alla FOMO (fear of missing out, la paura di essere esclusi).
Si tratta di disagi che non appaiono come sintomi passeggeri, ma sembrano rappresentare una manifestazione psicosomatica della violenza che la smaterializzazione opera sull’unità corpo-spirito dell’essere umano. L’ansia da disconnessione è la reazione di un essere incarnato a cui viene sottratto il suo “corpo digitale” protesico, rivelando una frammentazione che non è solo esteriore, ma sembra capace di toccare la stessa dimensione ontologica della persona.
La smaterializzazione dell’identità e la colpa distribuita.
Ma la dematerializzazione, connotato principe dell’era digitale, va oltre manifestandosi come capace di incidere anche sulla morfologia del concetto di peccato e di responsabilità.
Per secoli, il concetto di colpa, di trasgressione, sono rimasti legati alla corporeità. Il “peccato della carne” rappresentava l’archetipo di una colpa tangibile, visibile, incarnata; il corpo era – ed è – il luogo della tentazione ma anche dell’espiazione.
La cultura digitale favorisce una radicale smaterializzazione dell’identità; gli avatar, i cyborg, le identità virtuali multiple, favoriscono la proliferazione di essenze “altre”. L’individuo non è più un sé unitario, ma un insieme frammentato di profili e rappresentazioni.
Se la moderna identità si astrae dalla carne e si disperde nella rete, diventa quindi logico chiedersi dove si colloca adesso la colpa, la responsabilità.
L’emergere di una sorta di “peccato digitale” privo della tradizionale fisicità, cioè di un concetto di colpa che sembra capace di fare a meno del corpo, non equivale però e automaticamente all’assenza di conseguenze ontologiche e fattuali.
L’attuale evoluzione tecnologica propone un nuovo modello di agente nelle cui condotte azione umana e azione algortmica sono sempre più indissolubilmente ed opacamente intrecciate creando una sorta di “responsabilità distribuita” del centauro uomo-macchina, finendo invece per sottrarla all’umano, con seri problemi per la sua perimetrazione anche sotto il profilo giuridico-normativo.
L’atto trasgressivo, antigiuridico, diventa psicologicamente ed eticamente più facile, più “economico”. La diluizione della soggettività morale conduce a un’irresponsabilità sistemica: la colpa ormai parcellizzata in misura addirittura scalabile, rende la trasgressione priva del suo peso morale tradizionale e quindi più facile da sopportare e quindi da ignorare. È una frammentazione etica e antropologica che rende necessario un nuovo paradigma, capace di tenere insieme le diverse dimensioni dell’esistenza e di restituire all’agire umano un senso di unità e di responsabilità piena.
L’ecologia integrale come paradigma di ricomposizione.
Una risposta autorevole e articolata ai rischi del paradigma tecnocratico appare offerta dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. In questo documento, la proposta dell’ecologia integrale si configura come un nuovo sguardo, un paradigma concettuale capace di superare le false separazioni tra crisi ambientale e crisi sociale, tra cura della Terra e cura dell’umano.
Il principio chiave dell’ecologia integrale è sintetizzato nell’espressione “tutto è connesso”. Non esistono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, ma piuttosto una sola e complessa crisi socio-ambientale. Un vero approccio ecologico non può limitarsi alle sole questioni “green”, ma deve integrare necessariamente la giustizia, per “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
La logica riduzionista che sfrutta la terra, con il conseguentemente modello economico meramente “estrattivo”, rispondono alla stessa logica che parcellizza l’identità umana riducendola ai “data”, estraebili, processabili e quindi monetizzabili.
Il paradigma dell’ecologia integrale ci invita, per naturale estensione, ad ascoltare anche il grido dell’umano frammentato, riconoscendo che l’infosfera è un ambiente estremamente fragile e quindi da proteggere e tutelare con la stessa urgenza della biosfera.
La tecnologia, quando pretende di essere l’unica soluzione ai problemi umani, si rivela incapace di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, concentrandosi (e concentrandoci) su soluzioni parziali e settoriali, a volte risolve un problema creandone altri, spesso più gravi. L’ecologia integrale, al contrario, invita a ripensare la totalità dei processi, resistendo all’idea che il progresso tecnico sia l’unico metro di valutazione del benessere umano. Offre la grammatica per una ricomposizione dell’esperienza umana attraverso l’evento dell’Incarnazione.
L’incarnazione come misura dell’umano.
La cura alla crisi digitale, alla fuga dalla carne e alla dissoluzione della responsabilità nelle quali si manifesta, può quindi consistere nella riscoperta del valore teologico del corpo, nell’evento dell’Incarnazione che rivela il valore definitivo e sacro della dimensione materiale dell’esistenza.
L’Incarnazione non è una semplice tappa nel percorso nella storia della salvezza, ma rappresenta il culmine di un processo in cui Dio, scegliendo di unirsi alla materia, diventa deus materia, come osserva il teologo Paolo Gamberini. La materia che non è un involucro provvisorio, ma il luogo stesso dell’incontro con Dio. Già per Tertulliano: “caro salutis cardo”: la carne è il cardine della salvezza. Il concetto cristiano di salvezza è praticamente inconcepibile senza la materia. Il corpo è la dimensione che ci situa nel mondo e ci apre alla relazione con gli altri.
Questa prospettiva teologica costituisce un correttivo alla separazione dell’identità online, alla visione di un “sé” puramente mentale, trasferibile come un file su un supporto digitale, che finisce per svilire il corpo a una sorta di hardware biologico, preferendogli il software della “pura” informazione.
Siamo unità inscindibili di spirito e materia, e la nostra vocazione autentica non può consitere nella fuga verso un’esistenza virtuale disincarnata.
Non si può e non si deve rifiutare la tecnologia in blocco, occorre invece governarla secondo una logica di servizio all’umano integrale.
Partendo da tali premesse, custodire l’umano nell’era digitale richiede l’adozione di una nuova consapevolezza digitale, realizzata mediante pratiche che derivano da una visione teologica della persona.
Sono necessari momenti periodici di disconnessione dal digitale, non come rinuncia o privazione, ma come pause di riflessione che ci aiutino in una riconnessione a ciò che ci rende veramente umani. Spegnere i dispositivi crea uno spazio libero dal sovraccarico informativo costante, un tempo necessario al recupero del silenzio, della riflessione profonda per riaffermare il primato dell’essere sulla semplice connessione.
Ugualmente importante è coltivare un’etica della presenza: la scelta deliberata e consapevole di abitare lo spazio digitale come persona incarnata, non come mero profilo o avatar, concentrandoci sulla costruzione paziente di relazioni autentiche, basate sull’ascolto attivo, l’interazione personale genuina, la trasparenza e la vulnerabilità. Essere presenti online significa usare i social, come suggerisce Anna Picicco, “con testa e cuore”, con l’obiettivo primario di valorizzare l’umanità propria e altrui, trasformando le piattaforme da semplici vetrine narcisistiche a veri ponti di incontro tra persone.
Concludendo.
La sostenibilità digitale è – in ultima analisi – sostenibilità antropologica. La capacità di prenderci cura della “casa comune” presuppone la capacità di custodire l’integrità della persona umana in tutte le sue dimensioni.
Ai limiti – evidenti – del paradigma tecnocratico (frammentazione delle relazioni, smaterializzazione dell’identità, progressiva disumanizzazione) è possibile ovviare governando l’onda dell’attuale innovazione secondo un’etica dell’ecologia integrale e una visione pienamente incarnata dell’essere umano.
La tecnologia non è un destino ineluttabile, né esecrabile; può diventare uno straordinario strumento per la fraternità, capace di unire anziché isolare, di costruire ponti anziché muri, ma per realizzare questa sua potenzialità, è necessario un mutamento di prospettiva che vada oltre i canoni dell’efficienza, della prestazione.
Ri-orientare l’innovazione tecnologica significa spostare il focus dal mero progresso materiale alla custodia del mistero e della dignità irriducibile di ogni essere umano. Solo così potremo costruire un futuro in cui la tecnologia non sostituisca l’uomo, ma ne amplifichi la capacità di amare, di creare e di sperare. Solo così la sostenibilità potrà essere davvero integrale, abbracciando insieme la cura del pianeta e la custodia dell’umano.
Bibliografia.
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