Fonte: Agensir del 21/01/2026 Articolo di Giovanna Pasqualin Traversa
Potrebbe slittare di qualche giorno la perizia psicologica disposta dal Tribunale dei minorenni de L’Aquila; nel frattempo prosegue nell’opinione pubblica il dibattito sulla vicenda della “famiglia nel bosco”. Mentre i tre bambini dei Travaillon restano in una casa-famiglia, Tonino Cantelmi, psichiatra e consulente della difesa, invita a superare le rigidità e a ricostruire il nucleo familiare il prima possibile per “non prolungare il tempo del dolore”
Di fronte ad uno stile di vita “atipico”, quando non si presenta un quadro di abuso, violenza o illegalità, per tutelare il benessere dei figli minori sarebbe preferibile non allontanarli dalla famiglia, ma accompagnare e sostenere i genitori con strumenti adeguati per metterli nelle condizioni di poter accudire i bambini nel miglior modo possibile. È questa, in estrema sintesi, la posizione espressa in questa intervista al Sir da Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta specializzato in neurosviluppo, docente alla Pontificia Università Gregoriana, consulente di parte della difesa di Nathan e Catherine Travaillon. In attesa della perizia psicologica disposta dal Tribunale dei minorenni de L’Aquila sulla coppia, affidata alla psichiatra Simona Ceccoli – il cui avvio, inizialmente fissato per il 23 gennaio potrebbe slittare a fine mese – con 120 giorni di tempo per il deposito, Cantelmi fa il punto della situazione, mentre da oltre due mesi i tre figli dei Travaillon si trovano in una casa-famiglia a Vasto.
Professor Cantelmi, lei ha parlato fin dall’inizio di un approccio istituzionale troppo rigido. Che cosa si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto?
E’ una storia che ci costringe a riflettere: in assenza di violenza, abuso e illegalità, in un contesto familiare affettuoso e non conflittuale, il prelievo dei bambini e la loro eradicazione non è forse un provvedimento potenzialmente devastante? In casi come questo sarebbe stato più opportuno accompagnare l’intera famiglia attraverso un’opera di mediazione. E se il tentativo di alleanza è fallito, siamo certi che sia per colpa dei genitori, o non sarebbe più giusto chiedersi se i servizi abbiano messo in campo le giuste competenze?
La costruzione di un’alleanza richiede fiducia. La madre è stata definita “rigida e non collaborativa”. Quanto può avere influito su di lei il trauma dell’allontanamento dei figli?
Catherine è una madre sofferente e molto provata, ha bisogno di comprensione e di sostegno. Nonostante questo, ha compreso l’importanza di garantire ai figli una migliore istruzione e si è mostrata collaborativa con la maestra. Ha accettato di far completare il ciclo vaccinale ai figli. Tutto ciò è stato possibile perché è stata supportata. Questo dimostra che se i servizi avessero messo in campo le giuste competenze, non si sarebbe mai arrivati a scelte così dolorose.
Dal punto di vista psicologico, quali effetti può avere l’allontanamento dei bambini dai genitori in assenza di abuso o violenza? Che cosa può scattare nella loro mente?
Fin dall’inizio ho evidenziato la potenzialità traumatica della sottrazione di figure genitoriali buone e affettuose, così come l’insensatezza dei limiti imposti al padre (solo due ore settimanali per vedere i figli!). Ripeto: né il padre né la madre hanno commesso reati di alcun genere. Il sistema si è mostrato inutilmente rigido. E che può accadere nella mente di un bimbo di 6 o di 8 anni, se non l’insorgere di pensieri orribili e paure mostruose?
Come si può evitare che i bambini interiorizzino narrazioni distorte (“ho fatto qualcosa di sbagliato”, “i miei genitori sono cattivi”, “la società è ostile”)?
Gli esiti di un trauma si manifestano nel tempo. Tuttavia, ricostruire il nucleo familiare è la migliore medicina per attenuarne gli effetti.
La perizia del 23 gennaio sarà decisiva: quali aspetti ritiene prioritari?
La perizia dovrebbe iniziare il 23 gennaio, ma purtroppo gli accertamenti tecnici richiedono tempo. Sono previsti 120 giorni per consegnarla. Sono tempi che non si accordano con i bisogni dei bimbi. Faccio mio l’appello del Garante nazionale per l’infanzia Marina Terragni perché il tempo del dolore non si prolunghi.
Lei non ritiene che lo stile di vita di questi genitori sia pregiudizievole per i figli?
Onestamente, non più di tanti stili di vita di noi genitori borghesi.
Qual è, allora, il percorso più realistico e meno traumatico verso una riunificazione familiare che rispetti sia il benessere e i bisogni dei bambini, sia i valori e lo stile di vita dei genitori?
La famiglia ha accettato di migliorare l’istruzione parentale dei figli, completare i cicli vaccinali, favorire la socializzazione dei bimbi. E’ disponibile una casa adeguata e confortevole. Tutti i rilievi fatti nell’ordinanza di prelievo dei bimbi sembrano soddisfatti. Quattro specialisti di un’associazione scientifica indipendente hanno inoltre consegnato una consulenza che dimostra la validità dello stile di vita neo-rurale: no allo spreco, al lusso, al “dio denaro”; sì alla natura, alla sobrietà, all’essenzialità. Infine, la coppia genitoriale è unita e non conflittuale e le relazioni genitori-figli sono affettuose e significative.
Gli ostacoli ad una riunificazione sembrano quindi superati?
Rimane la perizia, senza la quale dubito si abbia il coraggio di cambiare. Però siamo ad una svolta: mi sembra di percepire che tutti gli attori convolti vogliano sinceramente trovare il giusto equilibrio. Sono certo che alla fine prevarrà il buon senso. E il dolore di oggi potrà essere cancellato.
Con la famiglia del bosco serve un’alleanza, non una guerra
Fonte: Avvenire del 14/01/2026
Nella struttura di Vasto dove si trovano i bimbi e la madre, quest’ultima adesso è ritenuta «non collaborativa» e si valuta addirittura un suo possibile allontanamento. Parla lo psichiatra Tonino Cantelmi, che è perito di parte della difesa

È entrata in una nuova, delicatissima fase la vicenda della cosiddetta famiglia del bosco di Palmoli, dopo che nella casa famiglia di Vasto dove i tre bambini vivono da fine novembre, la madre Catherine Birmingham è stata descritta da tutrice e operatori come «rigida e non collaborativa», al punto da essere considerata un possibile ostacolo al percorso educativo dei figli. Sul tavolo c’è l’ipotesi, ancora da valutare, di un suo allontanamento dalla struttura, su cui prima fra tutte ha espresso la sua preoccupazione la Garante per l’infanzia Marina Terragni, chiedendo tempi più rapidi per le valutazioni disposte dal Tribunale. Il tutto mentre è stato avviato il piano educativo previsto per i piccoli e nella casa famiglia ha preso servizio un’insegnante per colmare le loro «gravi lacune scolastiche». Ma sono davvero così intrattabili i genitori della “casa nel bosco”? «No», con loro dovrebbe essere costruito un sistema radicato sull’alleanza e non sulla conflittualità. L’allontanamento dei bambini dalla famiglia non solo non serva a colmare eventuali carenze, «ma può avere gravi ripercussioni sotto l’aspetto psicologico-relazionale». Lo spiega in questa intervista Tonino Cantelmi, psichiatra, docente alla Pontificia Università Gregoriana, incaricato proprio dagli avvocati della famiglia Trevallion di svolgere la funzione di consulente di parte nell’indagine psicologica disposta nei confronti di Nathan e Catherine dopo la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila.
Professor Cantelmi, la domanda che tutti si sono fatti fin dall’inizio riguarda l’opportunità di allontanare i bambini dalla famiglia. Secondo servizi sociali e tribunali una scelta inevitabile per salvaguardare il diritto dei piccoli alla socializzazione e all’istruzione. Ma non c’è il rischio che i presunti benefici finiscano per risultare annullati dal trauma di un allontanamento di cui i bambini non riusciranno mai a comprendere i motivi?
Innanzitutto debbo ringraziare Avvenire per questo spazio di riflessione perché l’informazione sta facendo un grande lavoro ed ha evidenziato con questo caso un problema che è sempre stato sottotraccia: il prelievo di bambini dal loro nucleo familiare e la loro eradicazione dal contesto, in assenza di abuso, violenza, illegalità e conflittualità, è una misura idonea oppure dobbiamo ripensare il sistema e valutare misure alternative? In questo caso specifico ci troviamo di fronte ad una famiglia unita, non conflittuale, con un assetto valoriale caratterizzato dal rifiuto dello spreco, del lusso, del dio danaro, che sceglie per i propri figli, ai quali i genitori dedicano tempo e attenzioni, la vita immersa nella natura (e non in un contesto mafioso, camorristico o illegale) con prevalenza di digital detox a favore di relazioni intrafamiliari autentiche. Se la loro matrice culturale non fosse diversa, oserei dire che si tratta di valori francescani. Le autorità hanno rilevato alcune carenze, vere e indiscutibili, ma – la domanda la pongo io – sono secondo voi sufficienti per smembrare la famiglia e devastarla con una metodologia e una potenzialità traumatica devastanti?
Cosa succede nella mente di un bambino che, in assenza di comportamenti maltrattanti o abusanti da parte dei genitori, si vede improvvisamente stravolta la vita, cambiate le abitudini, rovesciati i punti di riferimento, con mamma e papà di fatto “cancellati” dai suoi orizzonti?
In questo caso parliamo di bambini molto amati di 6 e 8 anni. Il contesto in cui hanno vissuto era sicuramente eccentrico (fuori dal centro, non conformista), ma questi figli erano immersi in relazioni intense ed affettuose con i genitori. Immaginiamo come un bambino di 6 anni o di 8 anni possa spiegarsi l’improvvisa assenza dei genitori ed il divieto di incontrarli se non per un tempo contingentato e in modo vigilato. Potrebbe pensare che i genitori hanno fatto cose orribili o lui ha fatto cose orribili oppure c’è una società orribile! Insomma si scatenano dinamiche insidiose dagli esiti potenzialmente devastanti.
Una forma di vita alternativa, com’è certamente quella di vivere in un bosco, senza servizi igienici, senza luce, senza gas ma con la presenza amorevole e costante dei genitori può davvero incidere sullo sviluppo cognitivo di un bambino? In altre parole, il futuro di quei bambini sarebbe stato davvero compromesso da quello stile di vita?
No, in questo caso lo escludo. Tra l’altro ho visionato documentazione e saputo da fonti dirette che questi bimbi incontravano altri bimbi di famiglie vicini per giocare. Questo dato è stato completamente sottovalutato dalla narrazione dei servizi sociali. La scuola parentale è legge in Italia, è praticata da migliaia di famiglie e negli Stati Uniti è utilizzata dalle classi abbienti. Certo si può e si deve migliorare l’istruzione e la socializzazione, come è necessario garantire il diritto alla salute dei bimbi. Sull’istruzione ribadisco che il desiderio dei genitori è quello di utilizzare il sistema della scuola parentale: aiutiamoli a fare una buona scuola parentale!
Lei ha già incontrato Nathan e Catherine. Che persone si è trovato di fronte? Come pensa di convincerli ad accettare qualche compromesso per il bene dei loro figli rispetto al loro ambientalismo radicale?
Questo dovrebbe essere il nodo centrale: quello di costruire una alleanza con i genitori. Il fallimento è stato sempre attribuito alla rigidità della famiglia, ma siamo sicuri? Non è forse responsabilità dei professionisti mettere in campo competenze efficaci per costruire una adeguata alleanza? Minacciare la sottrazione dei figli e poi farla, anche in assenza di un contesto violento e abusante, è il modo giusto? Chi non ne sarebbe spaventato? Io credo che anche il sistema istituzionale abbia messo in atto comportamenti rigidi. E non trovo accettabile scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia. Dobbiamo trovare un equilibrio virtuoso e questo ci coinvolge tutti.
Fonte: ansa.it/abruzzo del 13 gennaio 2026
Psichiatra della famiglia del bosco, ‘non prolunghiamo il tempo del dolore’
“Faccio mio l’appello del Garante: cerchiamo di non prolungare troppo il tempo del dolore”.
Così, all’ANSA, lo psichiatra Tonino Cantelmi, il super-perito nominato dalla difesa della famiglia del bosco in vista dei test psicologici ordinati dal Tribunale dei minorenni nella sentenza con cui è stato respinto il ricorso della famiglia anglo-australiana.
“La perizia è una grande opportunità di chiarezza e, su questo, condivido la scelta del Tribunale – aggiunge lo specialista, con un passato in Vaticano come consulente di uno dei Dicasteri della Santa Sede -.
Forse andava fatta in quel fatidico anno che ha preceduto il prelievo (dei bambini), per trovare una modalità di accompagnamento senza giungere a una decisione dalla potenzialità traumatica elevata. Il consulente tecnico d’ufficio è una psichiatra esperta. Noi siamo collaborativi. Purtroppo la perizia ha tempi tecnici che non si accordano con i bisogni dei bimbi e la necessità di trovare al più presto una modalità di accompagnamento non traumatizzante”.
Cantelmi sottolinea l’importanza del periodo prima del trasferimento dei bambini dal casolare nel bosco nella struttura protetta e, su questo, chiede attenzione. “A questo proposito – dice ancora – dobbiamo accendere i riflettori sull’anno che ha preceduto il prelievo dei bambini ed il loro sradicamento dal contesto familiare: siamo sicuri che sia stato fatto davvero tutto il possibile se, come mi è stato riferito, in un anno ci sono stati 5 incontri tra cui 2 con le forze dell’ordine e il quinto sarebbe stato il prelievo?”.
Sul rischio di un allontanamento della mamma dei minori dalla casa famiglia dove si trova con i figli da fine novembre scorso, lo psichiatra fa chiarezza. “Qui conto sul buon senso e credo che tutti stiano lavorando per un equilibrio virtuoso – le sue parole -. Una decisione di allontanamento sarebbe un ulteriore trauma come ha già chiarito il Garante nazionale per l’Infanzia.
Ma sono molto confidente circa la professionalità degli operatori e la loro capacità di accogliere e accompagnare. Un sistema rigido è espulsivo, un sistema flessibile è accogliente ed efficace”.
Fonte: fanpage.it del 7/01/2026
Famiglia nel bosco, i genitori si preparano alla perizia. Lo psichiatra: “Uniti e pronti a collaborare”

La data dell’incontro tra la psichiatra del Tribunale per i minorenni dell’Aquila e i coniugi Catherine Birmingham e Nathan Trevallion è decisa, sarà il 23 gennaio. Si tratta solo del primo di una serie di incontri volti a stabilire se i due possiedono le capacità genitoriali per riacquisire la potestà sui loro tre figli. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa, accompagnerà i Trevallion in questo percorso, e a Fanpage.it si dice fiducioso, ma indiscrezioni sempre più insistenti parlano di tensione tra marito e moglie, e anche tra Catherine e i servizi sociali.
Lo psichiatra: “Genitori pronti a collaborare, sono uniti”
“I genitori sono collaborativi e uniti”, sottolinea Cantelmi. Secondo l’esperto, nonostante lo stress dell’allontanamento, Catherine e Nathan sono consapevoli di dover collaborare con le istituzioni per poter riottenere i loro bambini, e a prepararli agli incontri con la psichiatra del Tribunale sarà proprio lui. “La perizia – spiega – intende accertare la loro competenza come genitori, è su questo che si concentrerà”.
I tre figli della coppia – una bambina di 8 anni e due gemelli di 6 – dal 20 novembre si trovano all’interno di una struttura protetta a Vasto con la madre, la quale però può vederli solo a orari prestabiliti. Prima, vivevano tutti insieme nel bosco di Palmoli, in Abruzzo. I bambini non frequentavano la scuola, preferendo l’educazione parentale impartita da Catherine, e vivevano in un casolare che risulterebbe privo di acqua corrente ed elettricità.
Nel 2024, però, dopo un’intossicazione da funghi li ha portati tutti al pronto soccorso, i servizi sociali hanno iniziato a interessarsi di loro, e così anche i media, dove sono diventati noti come “famiglia nel bosco”. Questo aveva innescato una serie di controlli da parte dei servizi sociali, e al termine i giudici hanno disposto l’allontanamento e imposto ai bambini di iniziare a vedere un’insegnante in vista di un prossimo inserimento a scuola. Una prospettiva che secondo Cantelmi sarebbe “traumatica e lacerante” per i piccoli.
Accertato che non sussistono situazioni di abuso, con la perizia che inizierà il 23 gennaio il Tribunale intende chiarire se i Trevallion possono essere dei genitori competenti e riacquisire così la potestà sui bambini. “Si tratta di un percorso a tappe che si svolgerà nell’arco di diversi mesi, ci sono dei tempi tecnici stabiliti dai giudici uguali per tutti”, chiarisce lo psichiatra che accompagnerà i coniugi in veste di consulente nominato dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas.
La perizia si concluderà con una relazione che la psichiatra nominata dal Tribunale, Simona Ceccoli, consegnerà ai giudici a maggio. Da questa dipende gran parte del futuro della famiglia, e non è un caso che il membro del team di difesa sottolinei la volontà di collaborare. Il precedente avvocato, Giovanni Angelucci, aveva rimesso il mandato proprio a causa della inflessibilità dimostrata della coppia anglo-australiana. La stessa “rigidità” ravvisata in una certa misura anche da Cantelmi, e che starebbe emergendo con forza da parte di Catherine in questi giorni.
Le indiscrezioni: dissidi tra i genitori e con i servizi sociali
A seguito del Capodanno che la famiglia ha trascorso in videochiamata, perché a papà Nathan è stato impedito di recarsi nella struttura di Palmoli, si erano rincorse sui media voci di un possibile contrasto tra i coniugi. Una situazione smentita in maniera decisa da Cantelmi che sottolinea invece la loro volontà di “restare uniti e collaborare il più possibile” al fine di ritornare con i figli il prima possibile.
Tra le indiscrezioni c’è anche quella riportata dalle pagine romane del Corriere della Sera: secondo Giuseppe Masciulli, sindaco di Palmoli, Catherine sarebbe in forte sofferenza: “Una persona come lei, abituata a vivere a contatto con la natura, ad occuparsi della casa e degli animali, si ritrova all’improvviso in questa struttura, al chiuso, senza far nulla tutto il giorno e con l’aggravante di vedere i figli solo per poco tempo e in determinati orari: è chiaro che questa condizione può farti impazzire. In più questa donna vive separata dal marito e con la costante preoccupazione di quel che avverrà in futuro e se mai tornerà a casa con i bambini. Sfido chiunque a restare calmo”. Questa condizione psicologica si rifletterebbe sui rapporti con il personale della struttura e gli assistenti sociali, con i quali ci sarebbero continui contrasti.
Rassegna Programmi tv
Fonte: Storie Italiane del 08/01/2026
Eleonora Daniele approfondisce i temi di stretta attualità e i principali casi di cronaca con i protagonisti che raccontano in prima persona le loro esperienze.
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Storie Italiane del 15/01/2026
Fonte: Dentro la Notizia
Il nuovo programma pomeridiano d’informazione condotto da Gianluigi Nuzzi con approfondimenti su storie, fatti e attualità.
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È il momento di riunire la famiglia nel bosco
Fonte: settimanale Gente 24/01/2026 n. 2 Articolo di Barbara Nevosi
Nell’articolo pubblicato su Gente, lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente di parte dei coniugi Trevallion, lancia un appello alla riunificazione della Famiglia nel Bosco, sottolineando come il protrarsi della separazione stia acuendo il trauma dei bambini e il senso di impotenza dei genitori. In assenza di abuso, violenza o illegalità, Cantelmi critica la rigidità del sistema istituzionale e ribadisce che l’allontanamento forzato dal nucleo familiare rappresenta un intervento ad alto rischio psicologico. Lo specialista descrive Catherine come una madre profondamente sofferente ma affettuosa, e Nathan come una figura paterna presente e di sostegno, evidenziando come i bambini fossero inseriti in un contesto relazionale caldo, seppur non convenzionale. Secondo Cantelmi, la priorità dovrebbe essere la costruzione di un’alleanza con i genitori e un accompagnamento competente, capace di correggere eventuali criticità senza sradicare i minori dal loro mondo affettivo. La perizia psicologica imminente viene indicata come un passaggio decisivo, ma si sottolinea l’urgenza di non prolungare ulteriormente il “tempo del dolore” dei bambini.

“Famiglia nel bosco”: rassegna stampa 2025
Fonte:www.ilcentro.it del 28 dicembre 2025
Articolo di Gianluca Lettieri
Famiglia del bosco, lo psichiatra Cantelmi: «Chiediamoci se sia stato giusto dividerla»
Il caso di Palmoli. Il docente, nominato dai legali di Nathan e Catherine, sul rischio che i tre fratellini subiscano un trauma per il distacco: «Che idea possono avere questi bimbi di un padre, in precedenza affettuoso, al quale viene vietato il pranzo di Natale?»
PALMOLI. L’intenzione di proteggere può trasformarsi involontariamente in uno strumento di dolore, creando ferite invisibili laddove si cercava di portare salvezza. È il paradosso del bene, o meglio, di un agire istituzionale che, pur mosso dalle migliori premesse, rischia di scontrarsi con la fragile realtà emotiva dei minori. Il professor Tonino Cantelmi, psichiatra di fama e consulente di parte nominato dalla difesa di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, assistiti dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, è intenzionato a entrare nella vicenda della famiglia del bosco di Palmoli non con la spada sguainata della polemica, ma con il bisturi dell’analisi e della riflessione. Il docente, nominato da Papa Francesco nel 2020 membro del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, non cerca lo scontro frontale con il tribunale per i minorenni dell’Aquila o con i servizi sociali. Tutt’altro: ha la massima fiducia nell’operato delle istituzioni, anche alla luce della consueta collaborazione con chi ha il compito di vigilare. Nessuno – è il pensiero dello specialista – si è mosso con l’intento di nuocere. Tuttavia, è proprio qui che si annida il rischio maggiore: «L’urgenza di capire meglio nasce dal fatto che a volte un agire, intenzionalmente buono, possa essere invece traumatico in maniera significativa per i bambini e quindi non essere in grado di tutelare proprio il bene dei bambini».
Il ragionamento del consulente si articola attorno a interrogativi. La questione centrale riguarda le modalità dell’intervento dello Stato. In un contesto familiare dove non sono emersi episodi di violenza, abusi o maltrattamenti fisici, e dove al contrario si registrava un clima affettivo caldo e presente, la recisione netta dei legami e l’inserimento in una casa famiglia rappresentano davvero la soluzione migliore? «Siamo sicuri che questa modalità non abbia ricadute traumatiche a sua volta?», è l’interrogativo dello psichiatra, sollevando il timore che lo strappo improvviso dalle figure genitoriali possa costituire una frattura difficile da ricomporre.
La vicenda di Palmoli diventa così l’occasione per una riflessione più ampia, che trascende il caso di cronaca per toccare i fondamenti della tutela minorile. Cantelmi pone una domanda che va al cuore del problema: «Siamo sicuri che quanto stiano attualmente vivendo i bambini sia per loro comprensibile e non traumatico?». Come dire: un bambino non legge le ordinanze, non conosce i protocolli; un bambino vive di percezioni, di presenze e di assenze. E l’assenza improvvisa di un padre e di una madre, figure fino a ieri costanti e amorevoli, rischia di essere elaborata come un abbandono o una punizione incomprensibile.
L’esempio più doloroso di questa discrasia è il recente Natale. Il divieto imposto a papà Nathan di trattenersi per il pranzo del 25 dicembre, negando ai figli la possibilità di festeggiare con il padre, è un punto su cui soffermarsi: «Che idea possono avere questi bimbi di un padre, in precedenza affettuoso, al quale viene vietato il pranzo di Natale? Siamo sicuri che questo non sia davvero traumatico?». In assenza di quelle urgenze drammatiche dettate dalla violenza fisica, forse si sarebbe potuto optare diversamente: «Siamo sicuri che non ci fosse un modo alternativo di procedere?», è il senso della riflessione. Un percorso che permettesse di correggere eventuali criticità abitative o educative senza passare per il trauma della separazione coatta. Le domande poste da Cantelmi non pretendono di avere la verità in tasca, ma chiedono riscontri che vadano oltre la burocrazia. «Siamo tutti alla ricerca di un equilibrio virtuoso», è il suo pensiero, «e nessuno può pretendere di avere le risposte giuste».
Fonte: Dentro la Notizia del 29/12/2025 Canale 5
Famiglia nel bosco, il nuovo consulente dei genitori: “Strumenti incapaci per questa situazione”
A Dentro la notizia parla Tonino Cantelmi, il nuovo consulente della famiglia nel bosco, e commenta le ultime decisioni prese dal tribunale dei minori sulla vicenda: “Non c’è un’urgenza, non c’è una situazione di abuso o violenza. Ci sono due figure affettuose. Sottrarre i bambini in maniera così improvvisa, cosa può generare nei bambini stessi? Io non metto in dubbio le buone intenzioni degli assistenti sociali e del tribunale, ma temo che, utilizzando strumenti inadeguati, creiamo problemi ulteriori“.
“I bambini devono darsi delle spiegazioni orribili per l’assenza del padre a tavola il giorno di Natale. Credo che utilizziamo strumenti incapaci di affrontare questa situazione. Dobbiamo riflettere di più su situazioni analoghe. In presenza di figure affettuose ma complesse, come ci si può comportare? Metterli in un altro contesto può aiutare?”, sono le parole dello psichiatra che chiede degli interventi di mediazione agli assistenti sociali e alle parti coinvolte.
Riguardo la scolarizzazione dei bambini, l’inviata di Dentro la notizia spiega: “La tutrice vorrebbe iscrivere i ragazzi alla scuola pubblica di Vasto a partire da gennaio”.
“Io vorrei dare un consiglio alla tutrice, ovvero, non accelerare questa cosa. Li mettiamo in un contesto in cui ci sono dei bambini che sono sempre andati a scuola e conoscono la loro storia. Non sarà questo estremamente traumatico? Ogni operazione andrebbe fatta con estrema delicatezza“, aggiunge il nuovo consulente della famiglia nel bosco.
Fonte: Zona Bianca del 30 dicembre 2025 Rete 4
Famiglia del bosco: parla Tonino Cantelmi, il super consulente dei genitori
Fonte: Fanpage.it del 31/12/2025
Bimbi nel bosco, lo psichiatra Cantelmi a Fanpage: “Mandarli a scuola sarebbe traumatico. La famiglia? Eccentrica”

A Fanpage.it lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa nel caso della famiglia nel bosco, spiega perché a suo avviso l’ingresso tra i banchi dei bambini potrebbe essere un trauma, e non un beneficio.
I tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, divenuti noti come la “famiglia nel bosco”, da gennaio inizieranno un percorso educativo con un’insegnante dell’istituto comprensivo di Palmoli, provincia di Chieti, all’interno della casa famiglia dove si trovano dal 20 novembre.
I piccoli, due gemelli di sei e una di otto anni, sino ad ora hanno sempre fatto homeschooling, era quindi la madre a occuparsi della loro istruzione. Il Tribunale per i minori dell’Aquila però non ha ravvisato un livello di scolarizzazione adeguato, e questo, tra gli altri motivi, ha spinto i giudici a decidere per l’allontanamento familiare.
Solo nei prossimi mesi si prevede l’ingresso dei bimbi in una scuola vera, in cui saranno seduti al banco insieme ai coetanei. Quest’ultima prospettiva, però, desta le perplessità di Tonino Cantelmi, psichiatra e professore dell’Università Gregoriana, nel team di consulenti di esperti scelti dalla difesa. Lo spiega a Fanpage.it.
Professore, l’inserimento a scuola non potrebbe aiutare i bambini a ritrovare quella socialità con i coetanei caldeggiata dai servizi sociali?
Immagini dei bambini che non sono mai stati scolarizzati che entrano in un gruppo classe già formato, composto da bambini con condizioni di vita completamente diverse, e che sanno già tutto della loro situazione perché lo hanno sentito in TV, e dai loro genitori. Un’accelerazione di questo tipo potrebbe essere lacerante per i bambini, sarebbe traumatico.
Allora quale soluzione sarebbe preferibile, nell’ottica della tutela dei minori?
Bisogna aiutare i genitori a fare una buona scuola parentale. In Italia è lecito, e ci sono già decine di migliaia di famiglie che lo fanno. Aiutiamoli. Credo che questa sia la strada.
Un inserimento graduale però potrebbe essere la soluzione.
Io penso che questa famiglia vada accompagnata pazientemente, e che bisogna trovare delle forme di accomodamento ragionevoli, rispettando il loro desiderio di fare una scuola parentale.
La casa aveva delle criticità strutturali, i bambini non parlerebbero italiano pur vivendo nel paese da tempo e non avrebbero un livello di istruzione adeguato alla loro età. Non sono tutte criticità su cui lo Stato è chiamato a intervenire?
Ricordiamo che siamo in una situazione di mancanza di violenza, maltrattamento e urgenza. Probabilmente questa famiglia è eccentrica e ha manifestato qualche rigidità, ma anche il sistema ha manifestato delle rigidità. Diciamo, quindi, che si sono scontrate due rigidità. Questo ci deve portare a ripensare l’intervento delle istituzioni in maniera più flessibile, almeno quando parliamo di situazioni in cui non ci sono abusi.
Che intende? Ci sono già delle proposte?
Nessuno di noi ha la risposta in tasca, ci sono tante domande. Ma se tutti lavorassero per raggiungere un equilibrio virtuoso, probabilmente ne beneficerebbe l’intero sistema e non solo questa famiglia. Forse si possono aprire strade nuove, nell’interesse del minore. In questo caso abbiamo assistito alla sottrazione di figure genitoriali che erano vissute come affettuose e presenti. Si tratta di un fenomeno inspiegabile per un bambino di sei o di otto anni. Pensiamo, poi, che questo vissuto se le ricostruisce e narra da sé.
Quando un buon genitore può definirsi tale?
Nessuno di noi è un genitore giusto, anche persone con disturbi psichiatrici possono essere dei buoni genitori.
Lei è stato nominato all’interno del team multidisciplinare che accompagnerà la difesa degli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, legali di Catherine e Nathan. Cosa succederà adesso?
Abbiamo già chiesto una revoca dei provvedimenti del Tribunale, e ci auguriamo che si metta in atto un nuovo modo per affrontare la situazione. Il mio compito è quello di accompagnare questa famiglia nel corso della perizia psichiatrica che è già stata disposta e che si terrà probabilmente il 2 gennaio. Sono convinto che troveremo una modalità di intervento.
Fonte: La verità del 31/12/2025 Articolo di Francesco Borgonovo
«Un trauma per i bimbi Trevallion Bisogna ripensare tutto il sistema»
Tonino Cantelmi è uno psichiatra di grande esperienza e autorevolezza. Professore associato all’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana, componente del Comitato nazionale per la bioetica presso la presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2020 fu nominato da papa Francesco consultore del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Gli avvocati dei Trevallion, la cosiddetta famiglia nel bosco, lo hanno nominato consulente di parte, in vista della valutazione a cui saranno sottoposti nei prossimi giorni per volontà del tribunale dei minori dell’Aquila.
Professore, quanto accaduto ai bambini Trevallion pensa che abbia provocato loro dei traumi?
«È quello che ho cercato di dire, fatta salva la buona fede di chi finora ha operato e ha tentato, in qualche modo, di ricomporre la situazione. Penso che per ora non abbiamo risposte, abbiamo soltanto delle domande. E la prima domanda che dobbiamo porci riguarda proprio la condizione di questo bambini. Che sono stati eradicati da un contesto affettuoso – perché di fatto si trattava di un contesto affettuoso – non maltrattante,non abusante, non violento. I genitori non sono mascalzoni: sono eccentrici, sicuramente. Ma eradicare tre bambini di 6 e di 8 anni da questo contesto, sottrarre loro la figura genitoriale… Immaginiamo il dramma di questi bambini: cosa potranno pensare, che strumenti possono avere per capire un’eradicazione netta di questo genere?».
Insomma, il trauma c’è stato.
«Mi sembra molto traumatico anche il fatto che non sia stata accompagnata l’intera famiglia lungo un percorso. E questo, al di là delle buone intenzioni, è molto rischioso. C’è trauma per i bambini ma anche per i genitori tutto questo è traumatico. Parliamo di genitori che esprimono dell’affetto, una presenza, una cura per questi bambini. A modo loro, magari, ma lo
esprimono».
Sicuramente sono stati molto presenti rispetto alla media dei genitori moderni.
«Presenti, attenti… Dunque anche per loro tutto questo è molto traumatico. Quindi mi sembra che la strada scelta – che è lecita – probabilmente esprima una visione che non è in grado di affrontare una condizione così peculiare come questa. E va detto anche che non è l’unica condizione di questo genere».
Ci sono anche altre famiglie in situazioni simili.
«In realtà questa situazione ci fa riflettere su tante, tante altre situazioni che hanno delle analogie. E questa credo sia l’unica cosa buona del clamore mediatico che si è sviluppato. Portando alla ribalta questa situazione abbiamo la possibilità di riflettere su questo tema. E io penso che dovremmo immaginare degli strumenti nuovi».
Cioè?
«Credo che la prima cosa da fare sia rivedere i tentativi di composizione, di accompagnamento che sono stati fatti e che sono falliti. Di nuovo, dobbiamo domandarci: tutto ciò che è stato fatto in precedenza, perché è fallito? Siamo sicuri che tutto sia legato alla rigidità dei genitori? Non conta forse anche la rigidità del sistema? Questa è un’altra domanda che vorrei pormi. Vorrei riproporre il tema dell’accompagnamento paziente, che è un tema complesso, ma secondo me questa è la strada. Parlo di accompagnamento paziente alla famiglia, dello strumento dell’accomodamento ragionevole. La società, il sistema, deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste della famiglia e la famiglia deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste del sistema».
La famiglia sembra che un pochino ci abbia provato ad accomodarsi, anche se sotto ricatto.
«Se è vero che la famiglia ha espresso una rigidità, è anche vero che il sistema ha espresso una rigidità. Di fatto a rigidità si è opposta a rigidità. Prendiamo questa storia, se è esattamente come è stata riferita, della visita pediatrica».
La visita specialistica per la figlia con la bronchite richiesta dalla madre tempo fa e negata dalla tutrice.
«Ecco. Ma cosa dovrebbe impedire a una madre non convinta di chiedere un’opinione a un professore di cui magari ha più fiducia? Ma quale madre non lo farebbe? Oppure prendiamo questa ulteriore rigidità che si sta manifestando da parte del sistema: si parla di una scolarizzazione accelerata, ma io vorrei dare un consiglio di cuore alla tutrice, suggerire di non accelerare questa situazione».
Potrebbe essere traumatico inserire i bambini in una scuola pubblica?
«Assolutamente traumatico. Provi a immaginare: c’è un gruppo di classe già formato, composto da ragazzini che hanno già un intreccio di relazioni e che hanno già contezza di quello che è successo perché hanno guardato la tv o perché hanno parlato con i loro genitori. Ebbene, noi immettiamo in questo sistema altri ragazzini che non hanno mai avuto una scolarizzazione, e lo facciamo senza preparare il contesto, anche perché non si prepara in due secondi. Ci vuole tempo per creare un contesto, e fare una cosa del genere senza preparare i ragazzini, senza preparare la famiglia significa fare uno strappo a mio parere eccessivo. Per questo dico che probabilmente abbiamo bisogno di strumenti più flessibili e quindi di un paradigma di intervento diverso».
In sostanza le istituzioni devono essere più flessibili.
«Guardi, mi rendo conto che i Servizi Sociali e il Tribunale hanno fatto ciò che è loro compito fare. Da parte mia nessuna polemica, nessuna contrapposizione, nessun giudizio. Io collaboro tantissimo con i tribunali, con i servizi sociali, non ho alcun problema, sono professionisti che lavorano per il bene dei ragazzi. Ma probabilmente dobbiamo immaginare paradigmi nuovi. Per questo dicevo che sono inefficaci o inattuali o inadeguate le misure prese finora nel caso dei Trevallion. O addirittura sono misure – e questa è purtroppo l’insidia peggiore – che possono fare male ai bambini e ai genitori, misure che possono impattare in maniera troppo traumatica. Anche per questo credo che ci sia tanta attenzione nei confronti di queste persone, della famiglia: non tanto perché ne si condivida l’eccentricità o perché si vogliano difendere scelte di vita che io per esempio non farei. Ma perché si vuole ribadire la necessità di tutelare davvero questi bambini».
Le domande a questo punto sono due. La prima è: basta essere eccentrici per farsi privare dei figli? E poi: cosa penseranno questi bambini, in particolare del padre che è lontano da loro?
«Ma proprio questo è il dramma. Le famiglie vanno accompagnate, ci vuole un accompagnamento paziente e ragionevole. Un bambino di 6 anni che non ha strumenti mentali, cognitivi, affettivi, emotivi per giustificare il fatto che a suo padre sia stato impedito di passare il Natale con lui, penserà che probabilmente il parre ha fatto qualcosa di orribile, oppure penserà che c’è una società orribile che gli sta facendo del male. E questo potrebbe essere altamente traumatico».
Non ha la sensazione che da parte del sistema ci sia ostilità nei riguardi della famiglia?
«Sinceramente credo che sia più che altro una forma di rigidità del sistema. Ripeto: come la famiglia ha manifestato sicuramente in passato delle rigidità, è anche vero che il sistema ha delle rigidità. Quindi si è arrivati a una decisione estrema, quella del prelievo e della eradicazione. Tra l’altro pure qui vorremmo capire meglio come sono andate queste cose, perché anche i prelievi vengono fatti con modalità che potrebbero essere traumatiche… Insomma è tutto il sistema che secondo me fa un cortocircuito, per rigidità reciproche. La mia idea invece è quella di evitare contrapposizioni, lasciare sufficiente libertà alla famiglia, ma anche seguire i ragazzini perché non c’è dubbio che, per esempio, una scolarizzazione adeguata sia una buona cosa. Io dico anche un’altra cosa alla tutrice che vuole inserirli in una scuola pubblica, al di là del fatto che accelerando così si fanno solo lacerazioni».
Che cosa vuole dirle?
«Questo: se la volontà dei genitori è fare una scuola parentale, forse l’aiuto che va dato a questa famiglia sta nel consentire loro di fare una buona scuola parentale».
Anche perché la scuola parentale è legale.
«Se è legale, allora il tema non è tanto impedire di farla, perché questo mi sembrerebbe un modo di violare la libertà delle persone. Piuttosto bisogna fare in modo che la scuola parentale venga fatta bene, quindi il compito della tutrice sarebbe quello di rispettare la volontà dei genitori, coinvolgerli in una buona scuola parentale, una vera scuola parentale. Poi non c’è dubbio che bisogna garantire la salute fisica di questi bambini. La salute psichica non sembra onestamente compromessa in maniera così significativa come forse viene detto. Per garantire la salute fisica bisogna ricostruire un po’ di fiducia dei genitori in un sanitario che ovviamente non ha nessuna voglia di fare del male alle persone. L’accompagnamento paziente è questo: significa cercare di venire incontro ai genitori sulle loro volontà in modo tale che i bambini vengano tutelati. Dobbiamo chiederci se si può fare meglio di come si è fatto finora. Io penso che si possa fare meglio».
Mattino 5 - Canale 5 del 31/12/2025

Famiglia nel bosco, parla il consulente della difesa

